di Armando De Vincentiis
Il suo approccio si caratterizza per l’applicazione della sociologia weberiana alla geopolitica, mantenendo una distanza dalle semplificazioni dominanti nel dibattito politico e mediatico. La sua lettura offre una chiave interpretativa strutturata di una realtà geopolitica complessa, segnata da interessi divergenti e da dinamiche storiche che non possono essere ridotte a slogan o schieramenti
Questo scritto ha uno scopo esclusivamente descrittivo: illustrare il metodo analitico utilizzato da Alessandro Orsini nell’approccio ai conflitti geopolitici, con particolare riferimento alla guerra russo-ucraina. Non si tratta di una valutazione delle sue posizioni politiche né di un giudizio sulla correttezza delle sue previsioni.
L’obiettivo è comprendere come Orsini costruisce le sue analisi, ovvero quale impianto teorico e quali strumenti concettuali impiega, non stabilire se le sue conclusioni siano condivisibili. Ci concentriamo sulla struttura del ragionamento, sul metodo sociologico che applica e sul tipo di modello interpretativo che ne deriva.
Descrivere un metodo non significa avallarlo né criticarlo: significa riconoscere che ogni analisi geopolitica si fonda su presupposti teorici specifici, e che esplicitarli aiuta a comprendere meglio tanto i risultati quanto i limiti di quell’approccio. Il lettore è invitato a valutare autonomamente la validità e l’applicabilità di questo metodo, confrontandolo eventualmente con altri approcci analitici.
Vogliamo analizzare il caso di Alessandro Orsini perché rappresenta un personaggio abbastanza divisivo nel panorama delle analisi geopolitiche italiane. Le sue posizioni, spesso criticate o liquidate come provocatorie, meritano invece un esame più rigoroso del metodo che utilizza. Cerchiamo di capire su quali basi formula le sue affermazioni e come costruisce i suoi modelli interpretativi.
Nell’ascoltare solo le versioni di uno schieramento politico o dei leader delle nazioni si fa spesso fatica a comprendere la realtà nel suo insieme. È inevitabile, oserei dire umano, che queste interpretazioni siano influenzate da ideologie politiche ed economiche di parte. Per questo, l’approccio analitico di Orsini merita attenzione in quanto metodo, al di là delle polemiche che lo accompagnano.
Dal mio punto di vista, varrebbe la pena prendere in considerazione le sue analisi così come gli investigatori prendono in considerazione i profili criminologici. Non si tratta di modelli perfetti, ma di strumenti utili per orientarsi e agire con maggiore consapevolezza, evitando di procedere al buio e scongiurando errori irreversibili. Questo tipo di analisi offre una bussola razionale basata su modelli comportamentali, non su slogan o tifoserie politiche.
Nel corso del conflitto russo-ucraino, Orsini ha formulato alcune previsioni che si sono poi rivelate corrette. Ha anticipato una guerra lunga e priva di una soluzione diplomatica rapida, ipotesi che sì è confermata. Ha sostenuto che la NATO non sarebbe intervenuta direttamente, evitando così uno scontro diretto con Mosca. L’Alleanza ha fornito armi e supporto logistico, ma non ha inviato truppe sul terreno. Ha previsto che la Russia avrebbe mantenuto il controllo sulla Crimea e sul Donbass. Ha inoltre descritto l’Ucraina come priva di piena sovranità, soggetta a pressioni esterne e vincoli strategici. Il suo approccio analitico, nonostante le polemiche e con diverse sfumature, ha prodotto previsioni che in molti casi si sono confermate.
Per comprendere la struttura delle sue analisi, bisogna considerare il metodo che Orsini adotta. Professore di sociologia del terrorismo, si rifà alla tradizione weberiana della sociologia comprendente. Questo approccio mira a cogliere il significato delle azioni politiche nel loro contesto storico e culturale, entrando nella mentalità degli attori coinvolti. Al centro vi è il concetto di modello interpretativo, inteso come modello che raccoglie le caratteristiche essenziali di un comportamento o di un fenomeno. Tali schemi costituiscono uno strumento interpretativo utile a valutare la coerenza delle azioni concrete.
Orsini applica questa logica alle nazioni, trattandole come soggetti strategici dotati di razionalità propria. Nel caso della Russia, costruisce un modello che la interpreta come una potenza ossessionata dalla sicurezza dei propri confini e dalla necessità di mantenere zone cuscinetto. Secondo questo schema, Mosca reagisce non per espandersi, ma per contenere ciò che percepisce come minaccia esistenziale, ossia l’allargamento della NATO. Prevedere le mosse russe, in questo quadro, significa riconoscere che ogni avanzamento occidentale verso i suoi confini sarà interpretato come provocazione e riceverà una risposta proporzionale, anche militare. La Russia, nel modello di Orsini, non arretra senza garanzie e non negozia sotto pressione.
Il suo metodo ricorda quello del profiler in ambito criminologico. Si costruisce un modello del soggetto, si analizzano le sue reazioni passate, si isolano le costanti comportamentali e si prevede la risposta futura. Non si tratta di una lettura infallibile, ma di un dispositivo analitico che consente di orientarsi con maggiore lucidità in contesti ad alta complessità. In questo senso, le analisi di Orsini non offrono certezze, ma strumenti per evitare letture ideologiche e decisioni impulsive.
L’approccio di Orsini si caratterizza per l’applicazione della sociologia weberiana alla geopolitica, mantenendo una distanza dalle semplificazioni dominanti nel dibattito politico e mediatico. La sua lettura offre una chiave interpretativa strutturata di una realtà geopolitica complessa, segnata da interessi divergenti e da dinamiche storiche che non possono essere ridotte a slogan o schieramenti. Comprendere questo metodo aiuta a valutare meglio la natura e i limiti delle sue analisi.
In questo senso, l’approccio di Orsini può essere definito come una forma di sociologia interpretativa applicata alla geopolitica, una prospettiva meno comune rispetto alle analisi puramente economico-militari. Proprio questa impostazione ne fa un metodo che merita attenzione per la sua originalità e, di certo, più coerente di una mera analisi politica. Riteniamo, tuttavia, che ogni modello interpretativo possa presentare limiti intrinseci. Per quanto utile, comporta necessariamente una semplificazione della realtà. Fenomeni complessi come la guerra vengono ricondotti a costanti comportamentali che, pur avendo valore predittivo, non possono catturare l’intera gamma di fattori contingenti, irrazionali o imprevisti. Ciò non toglie valore all’approccio, ma ne definisce più chiaramente il campo di applicazione e la funzione: uno strumento orientativo, non una formula infallibile.


