Il nodo centrale resta la proprietà. Se l’impressione diffusa è che l’interesse primario sarebbe rivolto più alla futura gestione degli impianti che ai risultati sportivi, allora la città ha il diritto di chiedere trasparenza. Le promesse non mantenute, ripetute pubblicamente, erodono fiducia e alimentano sospetti
Taranto tra ambizioni e responsabilità, il tempo delle facce pulite e delle scelte vere. C’è una regola non scritta del calcio che vale in qualsiasi piazza: quando la squadra vince la gloria è di tutti, quando perde la responsabilità dovrebbe esserlo altrettanto. A Taranto, oggi, questa regola sembra incrinata. Non parliamo solo di risultati altalenanti, che pure pesano, ma di un linguaggio pubblico e di una strategia societaria che appaiono in contraddizione con le ambizioni dichiarate della città e della proprietà.
Il caso è noto: il rapporto tra Vito Ladisa, nella duplice veste, per molti, di volto e di motore della società, e l’allenatore Ciro Danucci si è concluso in maniera scomposta, con parole che hanno lasciato più amaro che chiarezza. Da una parte il presidente, dall’altra un tecnico giovane, misurato nelle dichiarazioni e rispettoso nell’approccio umano. Questo contrasto, più che un dettaglio di stile, mette in luce due visioni differenti del mestiere del calcio: l’una concentrata sull’immagine e sulla reattività mediatica, l’altra su dedizione, metodo e costruzione del progetto.
È legittimo chiedersi, senza scadere nella sterile invettiva, quale sia la priorità reale della società. Si dice che il lavoro paghi la qualità dell’intelletto, non il cumulo di ore spese a rincorrere risultati senza una visione organica. Se così è, allora è doveroso guardare oltre il risultato immediato e interrogarsi sulla struttura che supporta la squadra: sede sociale, organigramma, staff tecnico e risorse umane. Non sono dettagli. Sono la spina dorsale di qualsiasi progetto sportivo serio.
Prendiamo la questione logistica: parlare di una sede sociale presso uno stadio ancora in fase di cantiere, con ruspe, gru e cantieri che dominano l’immagine, non è semplice pettegolezzo. È la fotografia di una mancanza di concretezza organizzativa che, se vera, condiziona operatività e programmazione. Lavorare in condizioni precarie non è una scusante per scelte tecniche approssimative; è però un elemento che spiega perché certe scelte, errori di mercato, scelte affrettate di ruoli, si ripetano.
A livello tecnico, il problema non è mai solo dell’allenatore. È evidente che una squadra va costruita con criteri condivisi, con un progetto sportivo chiaro e con la giusta figura di riferimento in società che curi i dettagli amministrativi e tecnici. La nomina di collaboratori, il tesseramento di calciatori come Loiodice e la gestione delle aspettative sono scelte che devono avere dietro un disegno coerente, non lasciate all’improvvisazione o al rimedio dell’ultimo minuto.
Non occorre demonizzare persone: Danilo Pagni e Gigi Panarelli hanno storia, passione e radici locali. Pagni meriterebbe lo spazio e il tempo per dimostrare le sue capacità, a patto che gli venga data autonomia operativa e strumenti adeguati, un segretario competente, una sede degna e una squadra di persone che lavorino per obiettivi misurabili. Panarelli, cresciuto nel vivaio di una stagione vincente nel 1995, porta con sé un attaccamento alla maglia che non può essere sprecato: lasciarlo operare con fiducia è un investimento per il futuro.
Il nodo centrale resta però la proprietà. Se l’impressione diffusa è che l’interesse primario sarebbe rivolto più alla futura gestione degli impianti che ai risultati sportivi, allora la città ha il diritto di chiedere trasparenza. Le promesse non mantenute, ripetute pubblicamente, erodono fiducia e alimentano sospetti. La proprietà ha il dovere di dimostrare, con fatti concreti, che Taranto è una priorità sportiva oltre che immobiliare.
Infine, un invito alla responsabilità collettiva. Il tifoso resta il primo attore: sostenere la squadra nella buona e nella cattiva sorte è un valore, ma non deve diventare cieca indulgente complicità. Le critiche, quando sono costruttive, stimolano cambiamenti. Le polemiche sterili dividono; le riforme condivise costruiscono.
Chiudiamo con un piccolo sguardo di fiducia: Taranto merita un progetto che sappia coniugare ambizione, competenza e rispetto delle persone. Serve meno enfasi sui titoli di giornata e più cura nei processi. Serve una dirigenza che sappia ascoltare, delegare e pianificare. Serve un pubblico che resti appassionato ma esigente. E serve, soprattutto, che chi guida la società capisca che le dichiarazioni di facciata, di sovente, lasciano il tempo che trovano, mentre i risultati e la credibilità si costruiscono con lavoro silenzioso, scelte coraggiose e rispetto reciproco. Facciamo il tifo per Taranto, non per le sigle. Chi ama questa maglia non può volere meno.


