La Lega Pro è un mondo economicamente schizofrenico. Si passa da contratti pluriennali a cinque zeri, insostenibili per club che lottano ogni mese per pagare stipendi e contributi, a tesserati che percepiscono poco più di 25 mila euro lordi l’anno, una cifra che rende difficile perfino parlare di “professionismo”
Lega Pro, una terza serie allo sbando tra liquidazioni, deferimenti e classifiche falsate. La fotografia della Lega Pro nel solo mese di novembre è l’ennesima, impietosa conferma di un sistema ormai fuori controllo.
Il Rimini, precipitato in uno stato di liquidazione societaria, si è visto revocare l’affiliazione dalla Federcalcio: un fatto gravissimo, ma ormai non più sorprendente. Il Campobasso è già sotto penalizzazione, mentre il Trapani è stato deferito per irregolarità amministrative. Le classifiche dei gironi B e C, nel giro di poche settimane, verranno letteralmente stravolte dalle sanzioni.
Un’altra stagione di campionato falsato, dunque. L’ennesima.
Non è più un episodio, non è più una “deviazione”: è una consuetudine patologica. È accaduto a Taranto, Lucchese, Spal nelle stagioni recenti, e prima ancora al Catania. Due anni fa perfino l’Ancona non riuscì a iscriversi. Un rosario infinito di crisi, fallimenti, penalizzazioni e fughe notturne degli amministratori. Un elenco che la dice lunga sulla sostenibilità impossibile della terza serie italiana.
Proprietà improvvisate, investitori mordi e fuggi, liquidatori mascherati
La situazione è resa ancora più grottesca dall’ingresso di proprietà straniere improvvisate, o di personaggi che sembrano più “liquidatori professionisti” che veri investitori sportivi. Il caso Triestina è emblematico: un calvario gestionale che ha aggiunto caos in una categoria già al limite della sopravvivenza.
Molte proprietà vivono nell’approssimazione permanente: programmazioni inesistenti, gestione amministrativa insufficiente, spese fuori controllo e una conoscenza del sistema calcio che rasenta il nulla. Il risultato è un campionato dove la competizione sportiva è costantemente inquinata da ciò che accade fuori dal campo.
Il costo del lavoro: una forbice indecente e un baratro inevitabile
La Lega Pro è un mondo economicamente schizofrenico. Si passa da contratti pluriennali a cinque zeri, insostenibili per club che lottano ogni mese per pagare stipendi e contributi, a tesserati che percepiscono poco più di 25 mila euro lordi l’anno, una cifra che rende difficile perfino parlare di “professionismo”. Questa sproporzione è la prova evidente di una categoria che vive oltre le proprie possibilità, schiacciata da un monte ingaggi che affossa anche le società più virtuose.
Il debito accumulato negli anni, sommato alla rincorsa disperata all’iscrizione annuale, sta distruggendo la credibilità della categoria. Oggi superare i controlli federali è un esercizio di equilibrismo contabile che spesso genera vittime illustri e campionati privi di valore sportivo. Le “classifiche farlocche”, purtroppo, stanno diventando la normalità.
Il Consiglio Federale non può più voltarsi dall’altra parte
Alla luce degli ultimi eventi, Rimini in primis, appare del tutto evidente che il Consiglio Federale, già nel mese di dicembre, non potrà più limitarsi a osservare. Serve una riforma urgente, strutturale, non cosmetica.
I nodi sono chiari:
- Riduzione del numero di società professionistiche (troppe 100 tra A, B e C).
- Ridefinizione dello status dei calciatori di Lega Pro, che non può più essere considerata una categoria professionistica nel modello attuale.
- Riforma del costo del lavoro, con tetti sostenibili e criteri economici più aderenti alla realtà.
Senza un intervento deciso, il sistema rischia la disintegrazione. L’intera filiera del calcio italiano, dalle giovanili alla Serie A, è appesa al collasso di una categoria che non riesce più a sostenersi finanziariamente.
Il “VAR dei poveri”: un’idea utile, ma mal progettata e peggio utilizzata
L’introduzione del Football Video Support è stata salutata come un passo avanti. In realtà, allo stato attuale, è una versione low cost del VAR: una misura al risparmio che tenta di limitare gli errori arbitrali, ma che presenta lacune regolamentari evidenti. Lo strumento in sé può avere utilità. Tuttavia:
- è applicato con criteri troppo vaghi,
- non ha un protocollo operativo sufficientemente chiaro,
- e soprattutto, viene spesso usato dagli allenatori più come sfogo emotivo che come reale valutazione tecnica della criticità.
Ne emerge un utilizzo distorto, impulsivo, che rischia di generare ulteriore confusione invece che ridurre gli errori. Agli allenatori serve maggiore responsabilità: se la procedura non funziona, la loro collaborazione è indispensabile per migliorarla.
Conclusione: serve coraggio, non maquillage
La Lega Pro non può essere rianimata con una mano di vernice. Il problema è strutturale, profondo, radicato. Servono norme nuove, criteri nuovi, controlli reali e proprietà solide. Servono riforme che tutelino le società virtuose e che impediscano l’ingresso di figure improvvisate e destabilizzanti.
Se il Consiglio Federale continuerà a rinviare, la terza serie non avrà futuro. E con essa, non avrà futuro nemmeno la base su cui poggia l’intero calcio italiano.


