Le decisioni strategiche vengono prese a Bari, nella sede dell’azienda leader dei Ladisa. In città non esiste nemmeno uno spazio fisico minimo: né un ufficio, né un centralino, né un riferimento stabile per tifosi, operatori e media. Un’anomalia difficile da giustificare per una società che rappresenta, almeno formalmente, un’intera comunità
Il futuro promesso e il presente che non convince. Dietro la retorica della rinascita, numeri, potere e un progetto che guarda oltre il campo. Da agosto 2025 la Taranto Calcio è gestita dai fratelli Ladisa, imprenditori baresi, notoriamente solidi sul piano economico e sostenuti, sin dall’avvio dell’operazione, da una parte ben identificabile della sinistra cittadina. In particolare dagli assessori Giovanni Cataldino e Lucio Lonoce, la cui vicinanza politica e istituzionale al progetto non è mai stata nascosta, anzi rivendicata come valore aggiunto.
All’approccio iniziale non sono mancate promesse, proclami, richiami all’unità d’intenti, ipotesi di programmazione pluriennale e rassicurazioni sulla solidità della struttura societaria. Parole tante, fatti meno. Il tempo, già dopo pochi mesi, ha iniziato a restituire un quadro ben diverso: una gestione che appare fragile sul piano organizzativo, confusa nella governance e carente in settori strategici della cosiddetta “produzione calcistica”.
I risultati sportivi sono sotto gli occhi di tutti, ma il problema va ben oltre il rettangolo di gioco. Comunicazione, operatività quotidiana, rapporti con la città, scelta e gestione delle risorse umane, sportive, tecniche e professionali, mostrano crepe evidenti. Oltre metà stagione, diversi ruoli chiave sono stati dismessi e sostituiti in corsa; altri, altrettanto determinanti, risultano tuttora vacanti.
Nel frattempo si è assistito alla creazione di organismi più simbolici che funzionali: un consiglio di amministrazione di fatto inesistente, un collegio di saggi dal perimetro indefinito, un presidente onorario nominato più per relazioni personali che per una funzione operativa. Figure di spessore umano e professionale, sia chiaro, ma che sembrano assolvere più al ruolo di “figurine” che a quello di strumenti reali di programmazione.
Il Taranto Calcio, nei fatti, non vive a Taranto. Le decisioni strategiche vengono prese a Bari, nella sede dell’azienda leader dei Ladisa. In città non esiste nemmeno uno spazio fisico minimo: né un ufficio, né un centralino, né un riferimento stabile per tifosi, operatori e media. Un’anomalia difficile da giustificare per una società che rappresenta, almeno formalmente, un’intera comunità.
La comunicazione è affidata a due collaboratori che svolgono una doppia mansione: giornalisti di un quotidiano a diffusione limitata, di proprietà degli stessi Ladisa, e contemporaneamente addetti stampa del club. Una commistione quantomeno inopportuna, che crea evidenti asimmetrie nei confronti delle altre testate locali e solleva interrogativi sull’autonomia dell’informazione sportiva cittadina.
Questa è la premessa. Da qui nascono alcune domande, legittime e mai davvero chiarite.
La prima: perché i Ladisa si avvicinano al calcio tarantino? Parliamo di imprenditori che in passato hanno manifestato l’ambizione di entrare nel Bari Calcio come alternativa all’attuale proprietà, e che tra il 2003 e il 2010 hanno gestito il Monopoli Calcio, portandolo fino alla C2 per poi abbandonare il progetto in modo traumatico. All’epoca vennero meno prospettive decisive, legate alla realizzazione di una cittadella dello sport sull’Adriatico, progettata dagli stessi Ladisa.
Da qui la seconda domanda: in vista dei Giochi del Mediterraneo e della ristrutturazione dello stadio Iacovone, cosa sarebbe stato prospettato ai Ladisa per convincerli a intraprendere l’avventura tarantina, partendo addirittura dall’Eccellenza? E ancora: perché due assessori della sinistra cittadina si stanno spendendo con tanta determinazione a sostegno di imprenditori baresi, in un’operazione che va ben oltre lo sport?
Una risposta indiretta è arrivata durante una recente conferenza stampa: invece di entrare nel merito dei programmi sportivi della Taranto Calcio, l’attenzione si è spostata quasi esclusivamente sul futuro dello stadio Iacovone e sulla desiderata realizzazione, su aree pubbliche adiacenti, di una cittadella dello sport. Uno schema che richiama, in modo fin troppo evidente, il progetto mai realizzato a Monopoli. Cambia la geografia, non la sostanza.
È plausibile ritenere che i fratelli Ladisa siano imprenditori capaci, intuitivi e tutt’altro che sprovveduti. Senza rassicurazioni concrete, difficilmente si sarebbero inoltrati in una rinascita sportiva tanto complessa quanto costosa. Riportare Taranto tra i professionisti è un obiettivo dichiarato, ma anche un obbligo implicito: vincere due o tre campionati in pochi anni, dimostrando che uno stadio da 20 mila sedute ha un senso economico e che una cittadella dello sport può diventare redditizia per una holding comunque ancora tutta da definire.
Sul piano dei numeri, intanto, i costi sono già rilevanti. E molto. Il solo costo del lavoro supera il milione di euro annuo, con numerosi contratti biennali che impegnano pesantemente anche la prossima stagione. Vincere l’attuale campionato di Eccellenza è diventato, di fatto, un imperativo. Fallire l’obiettivo significherebbe presentarsi alla riapertura dello Iacovone con una squadra ancora in Eccellenza regionale: un fallimento sportivo, ma soprattutto finanziario.
In uno scenario simile, i conti esploderebbero. Una gestione oggi ipotizzabile intorno ai 4/5 milioni di euro complessivi potrebbe facilmente lievitare verso gli 8/9 milioni, senza adeguati ricavi da sponsor, pubblico e diritti. Lo stadio, da opportunità, diventerebbe un macigno. E con esso tornerebbe in discussione l’intero progetto, inclusa la credibilità di quella parte della politica cittadina che lo ha sostenuto con convinzione.
Nel frattempo il malessere cresce. La tifoseria avverte la mediocrità dei risultati, nonostante il cambio di direttore sportivo, l’arrivo di Luigi Panarelli in panchina e una rosa completamente stravolta. I nuovi innesti, al momento, non sembrano tutti all’altezza. I costi aumentano, chi esce non accetta decurtazioni, l’ambiente interno, secondo voci sempre più insistenti, non sarebbe dei più salubri. I Società si parlerebbe già di un possibile terzo cambio in panchina, Potenza, secondo i desideri di qualcuno, sarebbe già dietro l’angolo. Si inseguono nomi irraggiungibili o economicamente insostenibili (Guastamacchia), trascurando contesto e realtà. Dimenticando che ogni categoria ha i suoi giocatori e gli sperperi inutili non pagano mai.
E Vito Ladisa? Resta fedele a un copione ormai noto: attacchi durissimi a federazione ed arbitri, seguiti da improvvise aperture concilianti, come nel recente messaggio natalizio all’insegna del “volemose tutti bene”. È il personaggio, si dirà. Ma Taranto, la sua storia e la sua tifoseria meritano qualcosa di più di un cliché.
Il punto, alla fine, è uno solo: il futuro del calcio a Taranto sembra giocarsi più nei corridoi di Palazzo di Città che sul prato dello Iacovone. Ed è una sensazione già vissuta, troppe volte. Con esiti che la città conosce fin troppo bene. Perché la politica ed il calcio, in riva allo Ionio, non sono mai andate d’accordo.


