Taranto non esprime alcuna leadership, vive di marginalità permanente. In politica. Nell’economia. Per quanto concerne il sistema dell’informazione. Nel molle tarentum trovano rifugio in tanti. Le nostre origini spartane spiegate per bene
Un leader è colui che sa guardare al futuro. Che scorge prima quanto avverrà dopo. Che sbircia l’avvenire. Il non ancora di una storia che andrà tutta celebrata. L’Europa recita nel suo stesso nome questa particolare vocazione. Questo anelito irrequieto. Dal greco europe, composto da eurys (ampio) e ops (vista). Il Vecchio Continente dovrebbe contemplare ampie vedute. Non è così, come c’insegna l’attualità dei nostri giorni. Anche Taranto, la sua politica, le sue classi dirigenti, derogano a questo principio d’intelligibilità del domani. Schiacciata sull’ordinaria amministrazione, la città che fu di Archita difetta nel progetto. E’ orfana di una visione. Indugia nella miopia prospettica; nell’immobilismo chiassoso. Il proprio localismo diviene, così, nient’altro che autocompiacimento. Marginalità permanente. Questo passo debole, questo incedere malfermo, è possibile scorgerlo in molti aspetti della vita comunitaria.
Da seconda città più grande della Regione, non abbiamo mai espresso un presidente della giunta pugliese. I nostri parlamentari non li conosce nessuno. Sono impalpabili, di una modestia imbarazzante. Non esprimiamo un ministro della Repubblica dai primi anni ’80 del secolo scorso. Negli uffici regionali baresi e leccesi, persino i foggiani, hanno maggiore diritto di parola rispetto al molle tarentum. Spartani sì, ma no di quelli buoni. Parteni che non vollero prendere parte alla spedizione in Messenia, vigliacchi, per questo mandati ad esplorare il nuovo mondo secondo la descrizione contemplata nel bel libro di Laura Pepe (Sparta, Edizioni Laterza).
A Palazzo di Città il sindaco dispensa sorrisi democristiani, una cordialità che il suo predecessore non sapeva neanche dove fosse di casa, ma le sole buone maniere non possono bastare. Se al merito anteponiamo lottizzazioni partitiche vecchie e nuove. Se l’eccezionalità tarantina non diviene opportunità, pungolo, diversità di pensiero. Ma mero – e inerziale – ripiegamento sull’esistente. Se assessori inadeguati al ruolo – e al compito – restano comunque inamovibili nell’eterna notte del tirare a campare. Stessa cosa dicasi per l’economia. In Ilva, con I Giochi del Mediterraneo, i nostri imprenditori subappaltatori erano e subappaltatori rimangono.
L’informazione, poi, è in larghissima parte compiacente. Acritica. Amorfa. Più problema, alla fine, che possibile soluzione dei mali esistenti. Oltre a tendere il microfono, perché possa posizionarsi sotto il muso di qualcuno, non osa spingersi. Taranto avrebbe bisogno di un leader che non ha. Qualcuno che si avventuri nell’imprevedibile invece che trovare riparo nei semplici calcoli.


