Questo CdA, esistente più nella narrazione che nei ricordini ufficiali, avrebbe nominato presidente prima Vito Ladisa e poi, dopo le dimissioni di quest’ultimo, Sebastiano Ladisa. Peccato che nessuno dei due risulti in un organigramma depositato in Federcalcio. Una presidenza quantistica: esiste finché la si osserva
Taranto Football Show: commedia dell’arte in salsa rossoblù. A Taranto il calcio è rinato. Così almeno ci è stato detto in estate, con tono solenne, quando il sindaco ha consegnato le chiavi della rinascita rossoblù ai fratelli Vito e Sebastiano Ladisa, imprenditori affermati, baresi di nascita, specialisti riconosciuti della ristorazione collettiva. E in effetti qualcosa da mangiare, in questa stagione, c’è stato. Soprattutto amaro
Il Taranto Calcio, iscritto al campionato di Eccellenza pugliese, si presenta oggi come una società moderna, dinamica, liquida. Talmente liquida da non avere una forma riconoscibile. Formalmente è una srl con un amministratore unico. Sostanzialmente è un’opera di teatro sperimentale, con un Cda che non c’è, un comitato dei saggi che non si sa cosa saggi e un presidente che appare, scompare e riappare come un personaggio pirandelliano.
Alla città viene raccontata l’esistenza di un consiglio di amministrazione e di un comitato dei saggi, tre e tre: sei figure mitologiche, la cui esperienza calcistica, per quanto stimabile sul piano umano, sembrerebbe non aver lasciato tracce indelebili nella storia del pallone. Questo CdA, esistente più nella narrazione che nei ricordini ufficiali, avrebbe nominato presidente prima Vito Ladisa e poi, dopo le dimissioni di quest’ultimo, Sebastiano Ladisa. Peccato che nessuno dei due risulti in un organigramma depositato in Federcalcio. Una presidenza quantistica: esiste finché la si osserva.
Nel frattempo, sempre fuori da ogni schema ufficiale, compare anche un presidente onorario, figura che nel Taranto assume contorni universali: parla, commenta, rappresenta, ma ufficialmente non c’è. Un caso unico nel calcio mondiale: la società di Schrödinger, dove tutti i ruoli sono contemporaneamente occupati e vacanti.
La gestione, nel frattempo, non vive a Taranto. Il Taranto non abita Taranto. Le riunioni si tengono a Bari, le decisioni pure, la presenza della proprietà in città è intermittente, come una linea telefonica negli anni ’90. I rapporti con le istituzioni calcistiche sono rari, mentre quelli con la classe arbitrale sono, invece, piuttosto frequenti. Sempre in forma di lamento.
Sul piano organizzativo il quadro è, diciamo così, essenziale. A metà stagione manca ancora un segretario sportivo, ruolo affidato a qualcosa di esterno, indefinito, forse itinerante. Il magazzino è nelle mani di un volenteroso carneade che, in un memorabile pomeriggio, dimentica i calzettoni ufficiali costringendo la squadra a scendere in campo con colori gialli, marchi sbagliati e un’estetica che neanche una sagra di paese. Un Taranto travestito da sé stesso.
La sezione sanitaria, poi, sembra affidata più alla Provvidenza che alla medicina: talvolta in panchina manca perfino un medico. Errori nei tesseramenti completano il quadro di una struttura che definire “leggera” sarebbe un complimento.
Dal punto di vista tecnico, la stagione è stata un valzer. Prima Danucci, poi via il direttore sportivo, poi via anche l’allenatore. Dentro Pagni e Panarelli, con un mercato che ha rivoluzionato la squadra come un calzino in lavatrice. Risultato: classifica peggiorata, distacco siderale dalle prime due, sogni di promozione evaporati.
A quel punto, colpo di teatro: Danucci richiamato, Bitetto allontanato, e poco dopo Vito Ladisa dimissionario, ufficialmente per impegni aziendali. Nel frattempo si vocifera che qualche nuovo acquisto non rientri più nei piani. Insomma, se non è confusione, le somiglia molto.
In città, ormai, non crede più nessuno alla vittoria del campionato. La speranza si è rintanata nella Coppa Italia nazionale di categoria, percorso lungo, accidentato, con sette ostacoli ancora da superare, incluso quello regionale contro il Bisceglie. Una strada stretta, in salita, e senza corrimano.
Nel calcio la credibilità te la danno i risultati. E quelli del Taranto, ad oggi, raccontano una gestione costosa, ma poco efficace. Gli “spintoni” politici di qualche assessore, più attento alle conoscenze che alle competenze, non hanno migliorato la situazione. I fratelli Ladisa hanno speso, sì. Ma hanno speso male.
E intanto emerge una sensazione sempre più diffusa: che il vero interesse strategico del gruppo non sia tanto il campo, quanto il futuro stadio Iacovone. Ventimila posti, un salotto nuovo di zecca, che rischia però di restare vuoto se non ci sarà un progetto sportivo credibile ad accompagnarlo. Una cattedrale moderna, ma pur sempre nel deserto.
La domanda, allora, è semplice e drammatica insieme: si riuscirà a uscire da questo tritacarne gestionale e riportare il Taranto verso il professionismo? Oppure assisteremo alla paradossale inaugurazione di uno stadio bellissimo per una squadra eternamente in costruzione? Nel frattempo, a Taranto, il calcio continua. Non come sport. Come commedia.


