di Rosa Elenia Stravato
Una porta socchiusa tra passato e presente in cui l’uomo si riconosce, si comprende e forse si sveste più che mai delle convenzioni
Dal latino carnem levare, “togliere la carne”, il Carnevale rappresenta uno dei fenomeni rituali più complessi e stratificati della cultura europea, un crocevia in cui storia, antropologia e simbolismo si intrecciano dando forma a una celebrazione che, pur mutando nel tempo, conserva un nucleo di significati sorprendentemente persistente. Per comprenderne appieno il senso, occorre guardare al Carnevale non come a una semplice festa, ma come a un dispositivo culturale attraverso il quale le comunità hanno elaborato il rapporto con il tempo, il potere, il corpo e il sacro. Le sue origini affondano in un passato remoto, precedente al cristianesimo, legato ai cicli agrari e alle feste di rinnovamento stagionale. Nel mondo antico, celebrazioni come i Saturnali romani o le feste dionisiache greche mettevano temporaneamente in discussione l’ordine sociale: gli schiavi potevano sedere a tavola con i padroni, il linguaggio si faceva licenzioso, l’eccesso era non solo tollerato ma prescritto. Questi momenti di “caos regolato” avevano una funzione profondamente rituale: permettere alla comunità di scaricare le tensioni accumulate, favorendo così la rigenerazione dell’ordine una volta terminata la festa. Con l’avvento del cristianesimo, tali pratiche non scompaiono, ma vengono progressivamente rielaborate. Il Carnevale si colloca allora alla vigilia della Quaresima, diventando il tempo dell’abbondanza prima della rinuncia, dell’eccesso prima della disciplina. Anche l’etimologia più diffusa del termine — carnem levare, “togliere la carne” — rimanda a questa soglia simbolica. In questa fase storica, il Carnevale assume una duplice valenza: da un lato è tollerato come momento di sfogo collettivo, dall’altro è costantemente sorvegliato dall’autorità religiosa, che ne teme la carica sovversiva.
Dal punto di vista antropologico, uno degli elementi più significativi del Carnevale è l’uso della maschera. Mascherarsi significa sospendere l’identità individuale per assumere ruoli altri, spesso grotteschi o caricaturali. La maschera consente ciò che nel quotidiano è proibito: dire l’indicibile, ridicolizzare il potere, mettere in scena il rovesciamento delle gerarchie. In questo senso, il Carnevale diventa uno spazio di critica sociale, un teatro popolare in cui la comunità riflette su sé stessa attraverso il riso e la parodia. Nel Medioevo e nell’età moderna, il Carnevale si sviluppa come festa urbana, legata alle corporazioni, alle piazze e ai quartieri. Nascono le maschere tipiche, i carri allegorici, le rappresentazioni satiriche che raccontano vizi e virtù della società. Come ha osservato Michail Bachtin, il riso carnevalesco non è mai individuale, ma collettivo: è una forza che unisce, che abbatte le distanze, che relativizza ogni pretesa di assolutezza. Il mondo alla rovescia del Carnevale non distrugge l’ordine, ma lo mette temporaneamente tra parentesi per renderlo, paradossalmente, più sopportabile. Con la modernità, il Carnevale conosce una progressiva trasformazione. In parte si istituzionalizza, diventando evento turistico e spettacolare; in parte perde alcune delle sue valenze rituali originarie.
Tuttavia, anche nelle forme contemporanee, continua a conservare un potenziale simbolico profondo. Ancora oggi, il Carnevale parla di corpo, di desiderio, di identità fluide, di conflitto e di riconciliazione. È uno spazio in cui la società può sperimentare, per un tempo limitato, altre possibilità di esistenza. Il Carnevale è, quindi, una soglia. Un tempo sospeso nel calendario e nella coscienza collettiva, in cui l’ordine si allenta, le gerarchie si capovolgono e la maschera diventa strumento di verità più che di finzione. Dietro il riso, l’eccesso e la caricatura, si cela dunque una profonda riflessione sull’uomo, sul potere e sulla ciclicità della vita. In Puglia, questa eredità antica si è sedimentata in forme molteplici e affascinanti, dando vita a un Carnevale che è mosaico di tradizioni locali, linguaggi popolari e sperimentazioni contemporanee. Dai carri allegorici alle maschere vernacolari, dai riti propiziatori ai cortei urbani, il Carnevale pugliese non si limita a riprodurre un folclore cristallizzato, ma lo rinnova, lo interroga, lo reinterpreta alla luce del presente. Basti pensare al celebre Carnevale di Putignano, uno dei più antichi d’Europa, dove la satira si fa arte complessa e stratificata, o alle celebrazioni di Manfredonia e Gallipoli, in cui il legame con il mare e con la cultura marinara conferisce al rito una tonalità peculiare. Eppure, è a Taranto che il Carnevale rivela una fisionomia particolarmente intensa e simbolica, capace di tenere insieme memoria storica e slancio innovativo. Il Carnevale tarantino è profondamente intrecciato con l’anima contraddittoria della città: antica colonia magnogreca, capitale della marineria militare, luogo di splendori e ferite industriali. Qui la festa non è mai mero intrattenimento, ma diventa narrazione collettiva, occasione per rileggere la propria identità. Le maschere, spesso ispirate alla tradizione locale e alla satira sociale, raccontano con ironia e disincanto le tensioni del presente, trasformando la strada in un palcoscenico critico e partecipato. Negli ultimi anni, il Carnevale a Taranto ha conosciuto una significativa evoluzione.
Accanto alle forme più tradizionali — sfilate, musica popolare, coinvolgimento dei quartieri storici — si sono affermate nuove modalità espressive: performance artistiche, contaminazioni teatrali, utilizzo consapevole dei linguaggi visivi contemporanei. L’innovazione non cancella la tradizione, ma la attraversa, la rende porosa, aprendola al dialogo con le nuove generazioni e con una città che cerca, anche attraverso la festa, di immaginare un futuro diverso. In questo senso, il Carnevale tarantino si configura come un laboratorio culturale a cielo aperto. La maschera non nasconde, ma svela; il riso non anestetizza, ma interroga; l’eccesso non è fine a sé stesso, bensì gesto simbolico di resistenza e rigenerazione. È il Carnevale di una Puglia che non rinuncia alle proprie radici, ma le utilizza come materia viva per reinventarsi. Così, tra coriandoli e riflessioni, tra memoria e sperimentazione, il Carnevale in Puglia — e in particolare a Taranto — continua a svolgere la sua funzione più autentica: ricordarci che ogni società ha bisogno, almeno una volta l’anno, di guardarsi allo specchio deformante della festa per riconoscere, con maggiore lucidità, il proprio volto reale.


