Non è tempo di alzare muri corporativi. È tempo di rivedere protocolli, formazione, comunicazione. Di responsabilizzare i calciatori. Di pretendere coerenza. Perché Inter-Juventus passa. Le polemiche si attenuano. Ma la credibilità, una volta incrinata, si ricostruisce con fatica. E il calcio italiano, oggi più che mai, non può permettersi crepe strutturali
Inter–Juventus, l’errore che fa rumore: quando il sistema perde credibilità. Al Meazza non è andata in scena solo una partita scudetto. È andato in scena un cortocircuito del sistema arbitrale italiano, tra decisioni discutibili, silenzi incomprensibili e un VAR che non convince più nessuno.
La sfida tra Inter e Juventus allo Stadio Giuseppe Meazza doveva essere spettacolo, tensione agonistica, qualità tecnica. È diventata invece l’ennesimo caso che riapre ferite mai rimarginate del calcio italiano.
Al centro della bufera l’arbitro Federico La Penna, protagonista di una decisione che, se si conferma come mancata valutazione di una simulazione, pesa come un macigno. Non è solo l’errore in sé. È il contesto. È la delicatezza della gara. È la sensazione diffusa che in certe partite il margine d’errore debba essere ridotto al minimo storico.
Un errore tecnico che diventa politico
Un arbitro può sbagliare. Ma quando l’errore incide su una gara che può orientare la corsa al titolo, smette di essere solo tecnico e diventa “politico”, nel senso sportivo del termine. Perché altera equilibri, alimenta polemiche, sposta umori e classifiche.
Se l’episodio riguardante Alessandro Bastoni è effettivamente una simulazione non rilevata, la valutazione arbitrale è stata miope. E lo è stata in un momento in cui il calcio italiano non può permettersi zone d’ombra.
La quaterna e il silenzio che pesa
Il punto più inquietante non è però l’errore individuale. È il silenzio collettivo. Assistenti, quarto uomo, sala VAR: possibile che nessuno abbia ravvisato un chiaro ed evidente errore? Possibile che nella comunicazione interna non sia emerso alcun dubbio?
Il VAR doveva essere la rete di sicurezza. Oggi appare spesso come una rete piena di maglie larghe. Interviene in millimetri di fuorigioco, ma talvolta resta immobile davanti a episodi che il pubblico percepisce come decisivi. È un problema di protocollo? Di interpretazione? Di coraggio? Quando la tecnologia non chiarisce, ma complica, la fiducia si sgretola.
Il ruolo del calciatore: esempio o opportunismo?
Se c’è stata simulazione, il gesto è grave sotto il profilo etico. Un giocatore del profilo pubblico di Bastoni, anche per la sua esposizione in Nazionale, ha una responsabilità che va oltre la singola partita. Il calcio vive anche di simboli e comportamenti.
Esultare con enfasi su una decisione ottenuta attraverso un eventuale inganno non è solo un gesto tecnico: è un messaggio culturale. E il calcio italiano, già fragile nella percezione collettiva, non ha bisogno di messaggi ambigui.
La designazione sotto esame
Il designatore Gianluca Rocchi ha il compito più delicato: scegliere l’uomo giusto per la partita giusta. Le critiche fanno parte del ruolo. Ma quando gli episodi si sommano e la fiducia cala, diventa inevitabile aprire una riflessione più ampia sui criteri di scelta, sulla trasparenza e sulla gestione dei direttori di gara nelle sfide ad altissimo impatto mediatico. Non servono processi sommari. Servono risposte.
Il vero danno: la percezione
Il calcio italiano soffre più per la percezione che per l’errore in sé. Quando i tifosi iniziano a pensare che le partite si decidano più nelle stanze che sul campo, il danno è culturale prima ancora che sportivo.
La tecnologia avrebbe dovuto blindare la credibilità. Invece oggi è al centro delle contestazioni. Senza trasparenza, audio VAR pubblici, spiegazioni post gara, uniformità interpretativa, il sospetto continuerà a crescere.
Urgono riforme, non alibi
Non è tempo di alzare muri corporativi. È tempo di rivedere protocolli, formazione, comunicazione. Di responsabilizzare i calciatori. Di pretendere coerenza. Perché Inter-Juventus passa. Le polemiche si attenuano. Ma la credibilità, una volta incrinata, si ricostruisce con fatica.E il calcio italiano, oggi più che mai, non può permettersi crepe strutturali.


