La recensione della silloge poetica ed. Milella, lo scorso marzo, è a cura di Cosimo Rodia
L’uso della natura come metafora dello specchio dell’anima è stato già sperimentato da Montale, allorquando nella sezione “Mediterraneo” di Ossi di seppia, ha raccontato il meridione attraverso le immagini delle ‘foglie riarse’, la terra scottata e le coste del Sud. Ecco, la prima direttrice che dà forza al volumetto della Cellaro è proprio la rappresentazione del territorio meridionale attraverso il suo erbario: un territorio che non è mai solo geografico, ma diventa appunto luogo dell’anima. La natura non è descritta, bensì interiorizzata; anzi a volte ne è pure compenetrata dall’autrice, come in “Timo” in cui vi è una identificazione con la pianta nel riuscire a germogliare nonostante il terreno pietroso («così germoglio/ nelle garighe/ come timo/ che si apre/ all’umido/ della pietra»); è evidente che la natura è presa a prestito per trasformarsi in spazio simbolico in cui si depositano esperienze, traumi e nostalgie.
La seconda direttrice riguarda la concezione del tempo: un tempo che consuma e cancella, lasciando sopravvivere frammenti di memoria dal sapore dolciastro e ambiguo; emblematica, in tal senso, è la lirica “Zagare”: «Sulla statale del mare/ mi inebria il profumo di zagare/…/ E nel lucore salato/ lo scrigno serba/ ciò che fu gioia./ Tu, padre,/ hai tracciato/ alfabeti invisibili/ torni ogni sera/ a benedire il vestibolo/ con le tue mani/ di zucchero e humus»; il padre è colui che ha tracciato le coordinate degli alfabeti, ossia le prime forme di conoscenza e orientamento nel mondo; e benchè il tempo neghi la permanenza («ciò che non resta»), resta un «gusto dolciastro» del ricordo, quasi una persistenza sensoriale che sfugge alla distruzione. E questo motivo lo collegherei alla dimensione memoriale propria della poesia meridionale novecentesca: della tensione tra memoria e perdita, di cui abbiamo avuto maestri come Vittorio Bodini.
Dal punto di vista stilistico, la raccolta ripropone l’impianto già riconoscibile della Cellaro, ovvero: metafore private e ardite, talvolta enigmatiche (Es. «Ricordo l’ora/ del germoglio/ quando si annodava/ il lume interiore» probabilmente per significare metaforicamente l’ora del mattino, o della giovinezza carica di attese, intrecciarsi alla luce interiore; «La nave/ offre quiete di lavanda»; «Nel ventre dell’incontro»), abbondanza di sinestesie («Una nebbia densa/ gronda nel silenzio/ dell’orecchio», «Se fossi voce/ ancora mi verserei», «Sudore di luce»), l’uso della personificazione, della perifrasi come in “Leccio”, un dettato franto e discontinuo, l’utilizzo frequente di sostantivi tratti dal lessico specialistico che a volte crea uno scarto tra emotività e precisione terminologica, originando spesso un effetto straniante.
Tuttavia, i risultati lirici più riusciti si hanno quando la tensione si allenta e il verso si distende in un recitativo più musicale come in “Zagare”, “Falco grillaio”, “Sud”, in cui il discorso poetico acquista maggiore intensità e comunicabilità.
Nel complesso, la silloge si configura come una meditazione sul Sud, sulla memoria e sulla restanza, col paesaggio mediterraneo che diventa il tramite privilegiato per interrogare la condizione umana.


