Di Rosa Elenia Stravato
Dalla formazione musicale all’impegno pedagogico del Globe Theatre, ritratto di un artista capace di fondere cultura alta e popolare, lasciando un’eredità unica nel panorama italiano
Raccontare Gigi Proietti è un’impresa mastodontica giacché, raramente, si ha l’occasione di presentare un uomo che ha rappresentato interamente un sistema culturale vivente, un ponte tra tradizione e modernità, tra teatro colto e intrattenimento popolare. La sua figura sfugge a definizioni semplici perché racchiude in sé molteplici dimensioni: attore, regista, doppiatore, cantante, autore e soprattutto maestro.
Nato a Roma nel 1940, Luigi Proietti si avvicina inizialmente alla musica, studiando contrabbasso e frequentando l’Università “La Sapienza”, dove si iscrive a Giurisprudenza senza però completare il percorso. La sua vera formazione avviene sul campo, nei locali romani e nei primi contesti teatrali, dove sviluppa un orecchio finissimo per il ritmo e una sensibilità musicale che diventerà cifra distintiva della sua recitazione. La musica, infatti, non è mai stata un elemento accessorio: Proietti “suonava” le parole, le modulava con una precisione quasi jazzistica, rendendo ogni interpretazione unica e irripetibile.
Carismatico, ironico, colto ma mai elitario, Proietti possedeva una qualità rara: la capacità di parlare a tutti senza banalizzare nulla. La sua comicità era stratificata, intelligente, spesso intrisa di riferimenti letterari e storici, ma sempre accessibile. Rifiutava la distinzione rigida tra cultura alta e cultura popolare, convinto che il teatro dovesse essere un luogo inclusivo. La sua idea di arte era profondamente democratica: il pubblico non andava educato dall’alto, ma coinvolto, sedotto, reso partecipe.
Proietti era un grande conoscitore dei classici – da Shakespeare a Goldoni, da Petrolini a Belli – e li reinterpretava con rispetto ma anche con libertà creativa. La sua cultura non era mai ostentata: emergeva naturalmente, filtrata da una straordinaria capacità narrativa. Ha saputo recuperare la tradizione teatrale romana, innestandola in un contesto contemporaneo, e allo stesso tempo ha reso accessibili testi complessi a un pubblico ampio.
Questo equilibrio tra profondità e leggerezza è uno degli aspetti più alti del suo lascito. Il teatro è stato il cuore pulsante della sua carriera; tra i suoi lavori più significativi spiccano: “A me gli occhi, please” (1976). Una performance iconica, in cui il one-man show ha rivoluzionato il rapporto con il pubblico, mescolando improvvisazione, musica e monologo. “An Evening with Gigi Proietti” può collocarsi quale sintesi della sua arte, portata anche all’estero. Vanno da sè, poi, le numerose interpretazioni dei classici, tra cui Shakespeare, che ha affrontato con rigore e originalità.
Un progetto deciso, puntuale e cosmico resta quello del Globe Theatre di Roma. Fondato nel 2003 a Villa Borghese, questo scrigno rappresenta uno dei più importanti lasciti culturali di Proietti. Ispirato al teatro elisabettiano di Shakespeare, non è solo uno spazio scenico, ma un vero laboratorio educativo. Qui Proietti ha portato avanti una visione precisa: in primis rendere Shakespeare accessibile al grande pubblico nel suo teatro.
In seconda istanza, questo spazio ha teso fortemente formare nuove generazioni di attori e creare un luogo di incontro tra tradizione e contemporaneità. Il valore pedagogico di questa impresa risiede proprio in questa funzione di trasmissione: non un teatro museo, ma un teatro vivo, dove il sapere si pratica e si rinnova.
Proietti vi ha riversato la sua idea di arte come esperienza condivisa e formativa. Ma Proietti è stato anche mattatore del cinema ed ha lavorato con grandi registi e in opere di successo. Indimenticabile, “Febbre da cavallo” (1976), cult assoluto, grazie al quale il suo Mandrake è entrato nell’immaginario collettivo. “Brancaleone alle crociate” (1970) lo ha visto al fianco di Monicelli. I numerosi ruoli che ha vestito hanno chiarito la sua estrema versatilità: sapeva spaziare brillantemente dal comico al drammatico.
In televisione, poi, ha raggiunto una popolarità enorme senza perdere qualità: in prima istanza c’è il famoso “Il Maresciallo Rocca”, la serie che ha consolidato il suo legame con il grande pubblico che, poi, è continuato grazie a varie ospitate televisive e programmi di successo.
Un’eredità viva, dunque, quella del poliedrico Proietti; ha lasciato un metodo, un’idea di teatro e di cultura. Ha dimostrato che si può essere profondi senza essere oscuri, popolari senza essere superficiali. Il suo insegnamento più grande forse è proprio questo: l’arte è un atto di condivisione, e il talento trova il suo senso più pieno quando diventa strumento per gli altri. E, come ogni grande maestro, Proietti continua a vivere nel lavoro di chi ha formato e nel ricordo di un pubblico che, ancora oggi, risponde al suo invito più celebre: “A me gli occhi.”


