di Rosa Elenia Stravato
Il consueto appuntamento dell’Uno Maggio Libero e Pensante
Laddove il cielo si tinge di un cobalto malato, ferito dai fumi di un mostro d’acciaio che non sa morire, Taranto ha celebrato il suo tredicesimo rito di resistenza. Non chiamatelo concerto; sarebbe un insulto alla fame di giustizia che arde sotto i portici di una città che respira ruggine.
L’Uno Maggio Libero e Pensante è tornato come un atto etico, una liturgia laica che quest’anno ha scelto di gridare un imperativo che suona come l’ultimo soffio di una civiltà al tramonto: “Restiamo umani”. Mentre altrove il primo maggio si consuma tra sbadigli istituzionali e paillettes televisive, a Taranto si officia il mistero della dignità. La direzione artistica — il quadrilatero d’oro composto da Antonio Diodato, Roy Paci, Valentina Petrini e Michele Riondino — ha tessuto una tela di bellezza e rabbia, trasformando il palco in un altare dove la musica è il fumo dell’incenso e la parola è la spada che divide la luce dalle tenebre. Taranto è, per antonomasia, la città del paradosso incarnato: un gioiello magno-greco incastonato in una corazza di ghisa, dove il profumo del mare lotta quotidianamente contro il sapore ferroso dell’aria. In questo contesto, l’Uno Maggio Libero e Pensante non è una semplice manifestazione, ma una rivendicazione ontologica. È il momento in cui la città smette di essere “caso studio”, “emergenza sanitaria” o “polo industriale” per tornare a essere, semplicemente, comunità. Per troppo tempo, la narrazione su Taranto è stata consegnata alle perizie necroscopiche e ai bilanci aziendali.
Questa kermesse opera una catarsi semantica: trasforma la cicatrice da segno di sottomissione a medaglia al valore. Se il sistema ha tentato di ridurre i tarantini a meri ingranaggi di un meccanismo estrattivo, l’Uno Maggio ripristina la loro funzione di pensatori. La musica e le parole che riecheggiano dal palco del Parco Archeologico delle Mura Greche agiscono come un solvente acido che scioglie la rassegnazione, quella polvere sottile che si deposita sulle anime prima ancora che sui balconi del quartiere Tamburi. Le voci che si sono avvicendate sul palco sono state come schegge di vetro taglienti e lucenti: la line-up non è stata una parata di vanità, ma un coro di spiriti affini, chiamati a tradurre in suono il dolore e la speranza. Brunori Sas, il filosofo gentile che osserva il baratro con l’ironia di chi sa che la tenerezza è l’unica vera rivoluzione; gli attesissimi Subsonica, battiti metropolitani che pulsano come un cuore meccanico sotto la pelle di una città elettrica. Gemitaiz ha portato sul palco il flow come una tempesta di grandine, crudo e necessario per risvegliare i sensi intorpiditi dal conformismo. Un acquerello sognante in un paesaggio di cemento, la prova che la bellezza può ancora fiorire tra i detriti: Giorgio Poi; la preziosa Margherita Vicario, amazzone della parola che cavalca ritmi festosi per lanciare frecce di lucida critica sociale. E c’era la Sicilia che sa di sale e malinconia nel canto di Marco Castello un canto che accarezza le ferite aperte.
Si!Boom!Voilà! Come un’esplosione cromatica, l’allegria usata come arma impropria contro l’apatia. E poi, la potenza della collettività femminile, un respiro profondo prima del grido con Canta Fino a Dieci. Eterea, libellula in mezzo alla folla, Rossana De Pace. Ci si è scatenati sui ritmi ancestrali che ci ricordano come il sangue sia più antico del ferro con Catu Diosis. Iconica la performance di Cigno, graffiante, oscuro, un bardo che non teme di guardare nell’abisso. Don Ciccio & Fido Guido sono stati i custodi del ritmo del territorio, le radici che si nutrono di terra pugliese per parlare al mondo e Mama Marjas, regina che trasforma il palco in un tempio di energia vitale e viscerale. incredibili, MadKid & Moddi, veri alchimisti del suono, maestri nel mescolare le ceneri con l’oro della parola. Rekkiabilly ha ricordato con il rock’n’roll che la rivolta deve anche saper ballare. Il momento in cui la musica ha ceduto il passo al silenzio è stato il vero cuore pulsante della kermesse. Sotto la guida tagliente di Maria Cristina Fraddosio, Martina Martorano, Andrea Rivera e Serena Tarabini, si sono succeduti testimoni che non portano opinioni, ma cicatrici.
Le parole di Francesca Albanese e Omar Barghouti hanno squarciato il velo sull’orrore globale, ricordandoci che Gaza e Taranto sono due facce della stessa medaglia: territori di sacrificio sull’altare del profitto e della geopolitica. Amnesty International, Emergency e le voci di Parisa Nazari e Sadra Valizadeh hanno restituito il peso specifico di un’umanità che resiste alla tortura e all’oblio. Il monito di Tomaso Montanari ha risuonato come una lezione di storia civile, mentre il fronte della lotta territoriale — dai No Tav alla Rete No RWM Sardegna, passando per ReCommon — ha dimostrato che la resistenza non è un’utopia, ma una pratica quotidiana di difesa della vita. Tuttavia, l’istante in cui l’aria si è fatta irrespirabile per l’emozione è stato l’intervento di Maria Teresa Daprile, vedova dell’operaio ILVA Claudio Salamida. Accompagnata dall’avvocata Ornella Tripaldi, la sua non è stata una testimonianza, ma un’accusa scagliata contro il cielo. Il dolore di chi ha perso l’amore tra i denti di una fabbrica che divora i suoi figli è stato il punto di non ritorno di questa edizione. Un dolore che le immagini della Global Sumud Flotilla hanno proiettato in una dimensione universale di solidarietà. L’importanza di questo evento risiede nel rifiuto del ricatto primordiale: salute o lavoro. Taranto, attraverso questa liturgia laica, grida che esiste una terza via: la dignità. È un atto di insubordinazione intellettuale contro chi vorrebbe la città silente e grata per le briciole di un progresso che la sta consumando. Manifestazioni del genere servono a ricordare che le cicatrici di Taranto non sono solo ferite chiuse male, ma feritoie attraverso cui guardare il mondo. La città diventa così un laboratorio universale: ciò che accade qui, la lotta per “restare umani” tra le macchine, è la stessa lotta che si combatte ovunque la vita sia messa a profitto.
L’Uno Maggio è l’unico giorno dell’anno in cui Taranto non si guarda allo specchio con gli occhi dei suoi carnefici, ma con quelli dei suoi poeti, dei suoi operai ribelli e dei suoi figli che non vogliono più scappare. È la dimostrazione che la bellezza, quando è consapevole del dolore, non è un ornamento superfluo, ma l’unica forma possibile di resistenza. Taranto non è solo ciò che ha perduto, ma tutto ciò che, con una caparbietà quasi divina, continua a voler essere.
Taranto ha dimostrato, ancora una volta, che restare umani è un esercizio di funambolismo sopra un filo spinato. La tredicesima edizione dell’Uno Maggio Libero e Pensante non è stata una festa, ma una promessa. La promessa che finché ci sarà qualcuno disposto a cantare, a pensare e a ricordare sotto l’ombra delle ciminiere, l’acciaio non avrà mai l’ultima parola sulla vita. In questo scenario apocalittico, la kermesse è stata la nostra piccola, poetica e ferocissima arca di Noè.


