Di Rosa Elenia Stravato
Viaggio nel tritacarne del precariato, dove l’insegnamento è una merce, il concorso è un calvario ciclico e la cattedra appartiene a chi ha il portafoglio più gonfio, non a chi ha la mente più lucida
Ci siamo lasciati alle spalle i discorsi – piovuti dall’alto dei loro pulpiti e palchi – a tutela dei diritti dei lavoratori. Lavoratori di una Repubblica che si fonda proprio su quello; eppure c’è una categoria che stenta a credere a quella pioggia di promesse e cliché che si sente nuovamente presa in giro, calpestata. Una categoria che, a guardar bene, rappresenta l’Istituzione più bistrattata da sempre: la scuola italiana.
Non è più un luogo di formazione, ma un immenso mercato delle vacche dove il sapere è l’ultimo degli invitati. Benvenuti nella giungla delle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze), dove la dignità del docente viene pesata un tanto al chilo, o meglio, un tanto al punto. Dietro la narrazione del “merito” si cela un retroscena marcio: una corsa al ruolo che somiglia più a un azzardo finanziario che a un percorso accademico.
Il sistema a punti ha generato un mostro burocratico alimentato da certificazioni acquistate a pacchetti. CLIL, certificazioni informatiche, master da 1500 ore che nessuno frequenta davvero: basta un bonifico per veder lievitare il proprio punteggio. È una compravendita spudorata dove chi ha il portafoglio gonfio scavalca chi ha passato gli anni sui libri. Allo Stato, questo caos conviene. Conviene mantenere una massa critica di precari in perenne stato di ansia, disposti a sborsare migliaia di euro in “formazione” privata per sperare in una supplenza di pochi mesi. È la privatizzazione occulta: lo Stato smette di formare e inizia a delegare a enti terzi la vendita del lasciapassare per l’insegnamento.
Resta, quindi da chiedersi: “quanto costa la dignità? Che valore ha in un tempo che la calpesta e la condanna ad un’agonia ripetuta come un contrappasso ingiustificato?” Si vende al dettaglio, tra un’ora di certificazione linguistica fittizia e un click per un master “chiavi in mano”. La dignità del docente oggi è un resto di magazzino, svenduta su siti web che promettono punteggi facili in cambio di bonifici rapidi. È un’estorsione di Stato travestita da formazione: un meccanismo che obbliga i professionisti della cultura a umiliarsi pur di non scivolare nel baratro delle graduatorie.
Siamo oltre il paradosso: chi dovrebbe insegnare il valore dell’etica ai cittadini di domani è costretto oggi a foraggiare un sistema parassitario, diventando complice e vittima di una slot-machine burocratica che non paga mai il premio sperato, se non con un’altra inutile, logorante, ennesima prova concorsuale.
Il MIM -Ministero dell’Istruzione e del Merito – ha messo in piedi un calvario kafkiano. Assistiamo allo spettacolo grottesco di docenti che, pur avendo già vinto precedenti concorsi, si ritrovano macinati nel rullo compressore dei Concorsi PNRR 1, 2 e 3. Una sequenza numerica che non indica progresso, ma solo la reiterazione di una tortura.
Le aule concorsuali sono diventate tribunali dell’inquisizione. Le commissioni, spesso sfinite e sottopagate, siedono dall’altra parte della cattedra con un pregiudizio radicato: guardano il candidato come un potenziale truffatore, convinte di trovarsi davanti all’ennesimo acquirente di titoli facili. Pagano tutti, anche chi si è formato col sudore, perché in questo sistema “fare di tutta l’erba un fascio”è l’unica difesa rimasta contro un’illegalità diffusa e tollerata.
Il colmo dell’assurdo si raggiunge sul fronte del sostegno. Come si può minimamente comparare il sacrificio di chi ha superato tre prove selettive, sborsato cifre esorbitanti e frequentato un anno di corso in presenza presso un’Università pubblica (il TFA), con la scorciatoia dei titoli esteri o dei nuovi percorsi “Indire”? È uno schiaffo in faccia alla specializzazione. Si equipara l’eccellenza alla convenienza, distruggendo la qualità didattica per i soggetti più fragili e rendendo l’immissione in ruolo un’utopia sbiadita.
Siamo di fronte a una guerra fratricida. Da un lato il precario storico, dall’altro l’ultimo arrivato col Master “comprato”; da una parte il vincitore di concorso senza cattedra, dall’altra l’aspirante illuso dai bandi PNRR. Il tutto mentre la Costituzione, con quel suo richiamo ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”, viene stracciata e usata per accendere il fuoco di una burocrazia che brucia vite umane. Non c’è nulla di meritocratico in un sistema che ti costringe a ricomprare la tua stessa abilitazione ogni biennio. Non c’è nulla di civile in uno Stato che lucra sulla disperazione di chi vuole solo insegnare.
La scuola italiana non sta educando il futuro; sta addestrando i suoi professionisti alla sottomissione e all’illegalità formale. È un sistema che non chiede più “cosa sai fare?”, ma “quanto puoi pagare?”. E finché il merito sarà in vendita al miglior offerente, l’istruzione pubblica resterà solo il paravento di un’azienda fallimentare che svende il proprio futuro per non doverlo pagare.


