Di Rosa Elenia Stravato
Vita, poetica e impegno civile di Gesualdo Bufalino: il “solitario di Comiso” che sfidò il silenzio siciliano
La scrittura ha un potere immenso, restare lì. Immortale, nonostante i dettami del tempo e le tracotanti follie umane che si ripetono in un loop sregolato. Ci sono penne coraggiose, sporche di veri ideali, di lotte alla legalità che meritano di trovar voce nelle nuove generazioni. Quella di Gesualdo Bufalino, ad esempio.
Non fu solo un “ritardatario della letteratura”, esploso nel panorama editoriale a sessant’anni suonati grazie alla complicità di Leonardo Sciascia e Elvira Sellerio. Fu, prima di tutto, un custode geloso della parola, un orafo del lessico che visse gran parte della sua esistenza nel perimetro claustrofobico eppure universale di Comiso, trasformando l’isolamento in una lente d’ingrandimento sulla condizione umana.
Nato nel 1920, la formazione di Bufalino è intrisa di una classicità rigorosa e di una solitudine elettiva. Studente a Catania e poi a Palermo, la sua giovinezza fu segnata dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla tubercolosi, un’esperienza di “morte sospesa” trascorsa in un sanatorio vicino Palermo che diventerà poi la materia prima per il suo capolavoro, Diceria dell’untore. Egli fu un insegnante per una vita intera che ha coltivato il silenzio con una dedizione quasi monastica. Come egli stesso ebbe a dire con la sua tipica ironia colta: “Io non scrivo per il pubblico, scrivo per i miei fantasmi, per i miei morti.” Il pensiero di Bufalino è un intreccio indissolubile di memoria e morte.
La sua scrittura è barocca, densa, quasi fisica; un esercizio di stile che serve a esorcizzare il nulla. Se Diceria dell’untore (Premio Campiello 1981) è la danza macabra di chi è sopravvissuto, Argo il cieco è il recupero proustiano di una giovinezza perduta, mentre Le menzogne della notte (Premio Strega 1988) si configura come una riflessione filosofica sul tradimento e sulla verità. La “Sicilitudine” presenta la Sicilia non come isola ma un’iperbole. È la terra della luce accecante che produce ombre nerissime, un luogo dove la realtà è sempre un’impostura teatrale.
Nonostante la sua natura schiva, Bufalino non si sottrasse mai al dovere morale di denunciare il cancro sociale della sua terra. Il suo impegno contro la mafia non passava per la retorica dei proclami, ma per un’analisi antropologica e culturale tagliente. Egli comprese, con una lucidità che oggi appare profetica, che la mafia prospera dove la cultura abdica. La sua celebre sentenza rimane un pilastro del pensiero antimafia contemporaneo:
“La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari.” Questa non era una semplificazione, ma una dichiarazione di guerra culturale. Per Bufalino, il fenomeno mafioso era figlio dell’ignoranza, della mancanza di Stato e di una subcultura del privilegio che solo l’istruzione e la coscienza critica potevano scardinare. La mafia, ai suoi occhi, era il trionfo del “silenzio omertoso” contro la “parola liberatrice”. Va chiarito che, la mafia non è un semplice fenomeno di criminalità organizzata, né un’associazione a delinquere dai confini definiti; è, citando lo studioso Santi Fedele, un “ordinamento giuridico parallelo” che si insinua nelle crepe di uno Stato assente o inefficiente. È un sistema di potere che si nutre di consenso, paura e, soprattutto, di un’intermediazione parassitaria tra il cittadino e il diritto.
Nel Mezzogiorno d’Italia, la mafia è radicata in modo molecolare. Non è una “pianta” cresciuta per caso, ma una struttura che ha saputo adattarsi ai mutamenti storici, dal latifondo ottocentesco agli appalti del PNRR, per intenderci. In un mondo che corre verso l’analfabetismo di ritorno e la banalizzazione del male, la voce di Bufalino ci ricorda che ogni vocabolo scelto con cura è un atto di libertà contro il loop sregolato delle barbarie umane.
La mafia nel Sud non è un corpo estraneo, ma un’infezione che ha modificato il DNA di alcuni territori. Sradicarla non richiede solo manette e sentenze, ma una bonifica sociale che restituisca ai cittadini la dignità di avere diritti, non di chiedere favori. Gesualdo Bufalino ci ha insegnato che l’eleganza non è un vezzo estetico, ma una forma di resistenza morale.
Ricordarlo oggi significa non solo leggere i suoi libri, ma impugnare quel suo “esercito di maestri” come l’unica vera arma di distruzione di massa contro ogni forma di illegalità. Perché, come amava ricordare: “A essere intelligenti ci si guadagna in solitudine, a essere onesti ci si guadagna in coraggio.” Il valore delle “penne impegnate” nel contrasto alla mafia non risiede soltanto nella cronaca dei fatti, ma nella capacità di scardinare l’egemonia culturale su cui il sistema criminale poggia le proprie fondamenta. Scrittori, giornalisti e intellettuali agiscono su un terreno dove le manette non possono arrivare: la coscienza collettiva. Riprendendo la metafora di Bufalino sull’esercito di maestri elementari, la penna è lo strumento didattico di questo esercito. Se la mafia è un sistema che si nutre di analfabetismo civico, lo scrittore è colui che fornisce l’alfabeto per leggere la realtà senza filtri.
Il valore di questo impegno è spesso pagato a caro prezzo, ma è l’unico modo per garantire che la legalità non resti un concetto astratto, ma diventi un’abitudine del pensiero.


