Sull’omicidio di Bakari Sako emerge un clima di omertà e connivenze che la Procura tenta ora di scardinare, concentrando l’attenzione anche sulle omissioni e sulle responsabilità di chi avrebbe potuto intervenire e non lo ha fatto
Questa vicenda non ha solo responsabilità dirette imputabili a quella “paranza dei bambini” di cui Saviano ha scritto a proposito di una gioventù cresciuta nei quartieri del disagio e dell’abbandono. Come in ogni storia, esiste una figura sullo sfondo che sin da subito è apparsa a tinte fosche e sulla quale, per prudenza e per un doveroso garantismo, si è preferito finora mantenere cautela.
Ma che innegabilmente si stacca in modo inquietante. Le azioni giudiziarie in direzione del titolare del bar, (sospensione attività 60 giorni ed ora iscrizione nel registro degli indagati), dove Bakari tentò di rifugiarsi per sottrarsi alla furia del branco, sussurrano di omertà, assuefazione e una pericolosa familiarità con il male sistemico.
Una scelta assunta in pochi secondi che diversamente, avrebbe potuto fare la differenza. La ferocia del linciaggio (di tale si è trattato) maturata in un clima di sostanziale impunità e strutturata nella logica del sopruso e in codici “criminosi” ben precisi, ha trovato ragione e supporto nello sguardo degli astanti, uno sguardo freddo, glaciale, anestetizzato.
Dalle attestazioni di solidarietà rivolte ai giovanissimi indagati a poche ore dai fatti, fino al favore implicito di chi avrebbe potuto (e dovuto) e non ha agito, lasciando che una esecuzione avesse luogo.
Questo dettaglio, tutt’altro che marginale, interroga profondamente il nostro tessuto sociale , spesso lacerato e compromesso. Laddove un certo linguaggio criminale serpeggia e si appropria dei corpi diventando dominante. È un’ecosistema morale devastato. La criminosità non come gesto isolato, ma come cultura.
Non ci si salva da soli, questo è chiaro, eppure resta che redimere e redimerci non potrà essere compito da esaurirsi nelle sole aule di tribunale; richiederà la ricostruzione paziente di una cultura dell’alterità, partendo dal presupposto che quella porta sbarrata in faccia ad un uomo, è una ferita, un dolore che ci definisce e non si dimentica.



