di Rosa Elenia Stravato
Genesi di un’icona: dalle radici balcaniche alla liberazione del sé
Cos’è l’arte? È un dipinto ad olio che cattura la luce, una scultura di marmo levigato o, forse, è semplicemente il battito di un’idea che prende forma nella mente prima ancora di toccare la materia? Se per secoli la risposta è rimasta ancorata alla maestria tecnica e all’estetica visiva, l’arte concettuale ha squarciato il velo, imponendo una rivoluzione silenziosa ma radicale: l’opera non è più l’oggetto, ma il concetto stesso. In questo scenario, il “fare” abdica in favore del “pensare”. Artisti come Marcel Duchamp, con i suoi provocatori ready-made, hanno spianato la strada a una generazione di visionari — da Joseph Kosuth, che interroga il linguaggio, a Sol LeWitt, che riduce l’arte a istruzioni quasi matematiche — dimostrando che la vera bellezza può risiedere nell’architettura invisibile di un pensiero puro. Entrare nel mondo del concettuale significa accettare una sfida: smettere di guardare con gli occhi e iniziare finalmente a vedere con l’intelletto. Per comprendere questa categoria di artisti, occorre guardare a coloro che hanno trasformato il museo in un laboratorio filosofico, in prima istanza a colei che ha traslato il concetto nel corpo e nel tempo, rendendo la “presenza” l’unico materiale necessario alla creazione: Marina Abramović.
Nata a Belgrado nel 1946, occupa una posizione di assoluta centralità nel canone della Performance Art contemporanea. La sua parabola artistica non è solo una successione di eventi espositivi, ma una rigorosa indagine filosofica sul limite, sul dolore e sul rapporto trascendentale tra artista e pubblico. Figlia di genitori partigiani, eroi di guerra del regime titino, la sua infanzia è segnata da un rigore quasi militare e da una tensione costante tra l’autoritarismo domestico e il desiderio di ribellione. Questa dicotomia si riflette precocemente nella sua produzione: l’arte non è per lei una rappresentazione del reale, ma un rito di passaggio. Ha affermato spesso e con commozione: ”vengo da un luogo buio. La Jugoslavia era il crocevia tra l’Est e l’Ovest, un luogo di tradizioni patriarcali e rigore comunista. Per me, l’arte è stata l’unico modo per sopravvivere e trovare la libertà.” Negli anni Settanta, Abramović emerge con la serie Rhythm, opere che ridefiniscono il concetto di incolumità fisica. In Rhythm 10 (1973), l’artista esplora la ritualità del gesto attraverso il gioco dei coltelli, mentre in Rhythm 5 rischia l’asfissia all’interno di una stella a cinque punte in fiamme. Il culmine di questa fase è rappresentato da Rhythm 0 (Napoli, 1974), un esperimento sociale estremo in cui l’artista si offre come oggetto passivo per sei ore, mettendo a disposizione del pubblico 72 strumenti (tra cui fiori, piume, ma anche catene e una pistola carica). L’opera dimostrò come, in assenza di confini normativi, l’essere umano possa scivolare verso una violenza atavica. L’incontro con l’artista tedesco Ulay (Frank Uwe Laysiepen) segna l’inizio di una collaborazione simbiotica definita “Relation Works”. Insieme, i due artisti esplorano la fusione delle identità e la resistenza duale. Opere come Breathing in/Breathing out (dove i due respirano l’aria l’uno dell’altra fino allo svenimento) o Rest Energy (dove Ulay punta un arco teso con una freccia dritta al cuore di Marina) indagano la fiducia estrema e la vulnerabilità della coppia. La fine della loro relazione, nel 1988, viene sublimata in un ultimo gesto monumentale: The Lovers.
I due percorrono la Grande Muraglia Cinese partendo dalle estremità opposte per incontrarsi a metà strada e dirsi addio. L’arte, ancora una volta, funge da catarsi per l’esistenza privata. Con il passare dei decenni, la complessità dell’opera di Abramović evolve verso una dimensione più spirituale e meditativa. Nel 1997, riceve il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia con Balkan Baroque, una performance viscerale in cui pulisce migliaia di ossa di bue sanguinanti, denunciando l’orrore della guerra nei Balcani. Qui, il corpo dell’artista diventa un monito politico e universale contro la barbarie.
Tuttavia, è nel 2010 che avviene la consacrazione definitiva con la retrospettiva al MoMA di New York, The Artist is Present. Per tre mesi, Abramović siede immobile davanti a un tavolo, invitando i visitatori a sedersi di fronte a lei e sostenere il suo sguardo; ”il momento in cui ti siedi di fronte a me, non sei più in un museo. Sei nel tempo presente. Lo sguardo è uno specchio in cui vedi solo te stesso attraverso di me.” Il pensiero dell’artista si è cristallizzato in quello che oggi è noto come l’Abramović Method. Esso si fonda sulla consapevolezza del respiro, sull’immobilità e sulla percezione del tempo dilatato. L’obiettivo è preparare il pubblico (non più spettatore passivo, ma “performer” a sua volta) a vivere un’esperienza di riconnessione con il proprio io profondo. La complessità del suo fare arte risiede nella capacità di trasformare la sofferenza fisica in energia mentale. Per Abramović, il dolore non è un fine, ma un muro da abbattere per raggiungere uno stato di coscienza superiore. Oggi, Marina Abramović è una figura polarizzante. Accusata da alcuni di eccessivo narcisismo o commercializzazione della performance, resta innegabile il suo contributo all’abbattimento delle barriere tra arte e vita. La sua evoluzione testimonia un passaggio fondamentale: dall’esplorazione del corpo-carne (gli anni ’70) alla celebrazione del corpo-spirito (la maturità).
In un’epoca dominata dall’iper-velocità digitale, l’invito della “nonna della Performance Art” a fermarsi e “stare nel presente” assume un’urgenza politica e sociale senza precedenti. La sua arte non si guarda: si abita. È un esercizio di democrazia radicale dove l’unica moneta di scambio è la vulnerabilità umana condivisibile.


