di Rosa Elenia Stravato
La cancellatura come rivoluzione del pensiero; il gesto che trasforma la parola negata in una nuova possibilità di conoscenza
Per la maggior parte delle persone il senso dell’arte è il suo essere universale e soggettiva al contempo. Una specie di ossimoro perpetuo; qualcosa di indefinibile e toccante nello stesso tempo. L’arte, probabilmente, è quella che Kundera definiva “insostenibile leggerezza dell’essere” o forse un territorio così ampio da spezzare le catene delle definizioni ed etichette, chissà. In questa moltitudine ampia d’arte, nel filone della contemporanea italiana ed europea, la figura di Emilio Isgrò occupa una posizione assolutamente originale, capace di coniugare letteratura, filosofia, arti visive e riflessione linguistica in una ricerca che ha trasformato il gesto della cancellazione in uno dei più potenti strumenti espressivi del Novecento e del XXI secolo. Nato a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, il 6 ottobre 1937, Isgrò si forma inizialmente nell’ambito degli studi classici e letterari, maturando un forte interesse per la poesia, il giornalismo e la scrittura prima ancora di approdare alle arti visive. Dopo aver lavorato come giornalista e critico culturale, si trasferisce nel Nord Italia, entrando in contatto con gli ambienti artistici più innovativi del periodo e sviluppando una ricerca destinata a ridefinire il rapporto tra parola e immagine.
La sua poetica nasce dalla consapevolezza che il linguaggio contemporaneo sia sovraccarico di informazioni, messaggi e significati spesso incapaci di produrre autentica conoscenza; da questa riflessione prende forma la celebre tecnica della cancellatura, elaborata a partire dal 1964, che diventerà il segno distintivo dell’intera produzione dell’artista. La cancellatura non consiste in una semplice eliminazione del testo, bensì in un raffinato procedimento concettuale mediante il quale pagine di libri, enciclopedie, quotidiani, spartiti musicali, carte geografiche e documenti vengono ricoperte quasi interamente da campiture nere, bianche o colorate, lasciando visibili soltanto alcune parole accuratamente selezionate. Ciò che apparentemente viene negato acquista invece nuova forza espressiva: il testo originario perde la sua funzione informativa per trasformarsi in una struttura poetica inedita, nella quale le parole superstiti instaurano relazioni inattese e aprono molteplici possibilità interpretative. La cancellatura, dunque, non rappresenta un atto distruttivo, bensì un’operazione di sottrazione che genera nuovi significati; eliminando il superfluo, Isgrò invita l’osservatore a riflettere sul valore del silenzio, dell’assenza e della memoria, dimostrando come ciò che non si vede possa risultare persino più eloquente di ciò che rimane leggibile.
L’artista stesso ha più volte affermato che cancellare significa salvare, poiché solo attraverso la sottrazione è possibile restituire dignità alla parola in un’epoca dominata dall’eccesso comunicativo. Il suo gesto artistico si configura così come una critica alla società dell’informazione e, al tempo stesso, come un invito a ricostruire il senso autentico del linguaggio attraverso un processo di lettura lento, meditativo e consapevole. Nel corso della sua lunga carriera Isgrò ha applicato questa tecnica a opere di straordinaria notorietà, intervenendo su testi fondamentali della cultura occidentale. Celebri sono le cancellature dell’Enciclopedia Treccani, della Costituzione italiana, della Bibbia, dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e della Divina Commedia di Dante Alighieri, nelle quali il patrimonio culturale viene reinterpretato senza mai essere negato, ma anzi rilanciato attraverso una nuova prospettiva critica.
Accanto alle opere librarie, Isgrò ha realizzato installazioni monumentali, sculture, interventi urbani e progetti espositivi di grande impatto, tra cui spiccano L’Ora italiana, Dichiarazione, L’Italia che dorme e numerosi lavori dedicati al tema della memoria storica, della democrazia e dell’identità nazionale. La sua ricerca si è progressivamente estesa oltre il libro, coinvolgendo lo spazio architettonico e il paesaggio, mantenendo però invariato il principio fondamentale della cancellatura come dispositivo conoscitivo. La sua produzione dimostra che cancellare non equivale a dimenticare, ma significa selezionare, interpretare e restituire nuova vita ai testi che hanno costruito la nostra civiltà. In questa prospettiva la cancellatura diviene un autentico esercizio filosofico oltre che artistico, un invito a guardare oltre l’apparenza delle parole e a comprendere come il vuoto possa trasformarsi in presenza, il silenzio in discorso e l’assenza in una forma più profonda di memoria.
Singolare come la sua produzione artistica continui a interrogare il nostro rapporto con il linguaggio, con la cultura e con la conoscenza, ricordandoci che, talvolta, è proprio ciò che viene cancellato a raccontare la verità più intensa.
credit foto profilo fb Emilio Isgrò


