Durissimo affondo dell’associazione: “Si cancella il progetto simbolo della transizione ecologica e si abbandona un territorio che ha già pagato troppo”
“Taranto è in Italia. Conviene ricordarlo, perché a leggere l’ennesimo decreto calato dall’alto sembrerebbe il contrario. Sembrerebbe che, per questo Governo, Taranto non faccia davvero parte del territorio nazionale, se non quando serve produrre acciaio, sopportare emissioni, garantire occupazione, tenere in piedi filiere industriali e pagare il prezzo sociale, ambientale ed economico di scelte prese altrove.” Lo affermano in una nota gli esponenti di Aigi Taranto intervenendo sulla questione dell’ex Ilva.
“La cancellazione del miliardo destinato all’impianto per il preridotto non è una semplice modifica contabile. È un atto politico pesantissimo. È la rimozione, con un tratto di penna, del progetto simbolo della decarbonizzazione dell’ex Ilva. Quel miliardo doveva rappresentare il primo passo verso una siderurgia più pulita, verso una riconversione industriale credibile, verso una prospettiva diversa per una città che da decenni vive sospesa tra lavoro, salute, ricatti occupazionali e promesse mai mantenute.
Invece no. – Sottolineano – Le risorse vengono sottratte a Taranto e rimesse nella disponibilità del Ministero, per essere destinate genericamente ad altri interventi di decarbonizzazione sul territorio nazionale. Appunto: ‘territorio nazionale’. Come se Taranto non lo fosse. Come se fosse una provincia dell’impero, una colonia ottocentesca da sfruttare quando conviene e da depredare quando serve finanziare altro. Una terra buona per i sacrifici, ma non per gli investimenti.
E sia chiaro: i cittadini di Taranto non sono sudditi di una colonia. Non sono figli di un dio minore. Non possono essere chiamati a sopportare per decenni il peso dell’acciaio nazionale e poi essere abbandonati proprio quando si dovrebbe investire seriamente nella transizione ambientale. – Si legge nella nota – Non si può chiedere a un territorio di reggere l’urto industriale, sanitario e sociale dell’ex Ilva e poi negargli persino gli strumenti minimi per immaginare un futuro diverso.
Se il Governo ha deciso di chiudere l’Ilva, abbia almeno il coraggio di dirlo apertamente. Ma sappia che chiudere non significa spegnere gli impianti e voltarsi dall’altra parte. Chiudere significa bonificare. E la bonifica integrale dell’area non costa certo un miliardo. Ne può costare quindici, forse di più. Chi pensa di liquidare Taranto cancellando un finanziamento e trasferendo altrove le risorse si assume una responsabilità enorme, non solo industriale, ma storica.
Il punto è proprio questo: cosa vuole fare davvero il Governo dello stabilimento? Vuole venderlo? Vuole tenerlo in vita per qualche anno nelle condizioni attuali? Vuole trascinare la situazione fino al punto in cui la chiusura diventi inevitabile e magari cada sulle spalle dell’acquirente, così da lavarsi le mani davanti al disastro economico, territoriale e nazionale che ne seguirebbe? Perché anche questo sospetto, ormai, non può più essere liquidato come fantasia.
La politica deve uscire allo scoperto. – Affermano gli esponenti di Aigi – Basta decreti notturni, basta mosse a sorpresa, basta scelte prese mentre il Paese è distratto, magari in piena estate, quando tutti sono al mare, la calura intontisce i cervelli e nessuno si mette a leggere l’ennesimo provvedimento nascosto tra le pieghe di un testo tecnico. Queste operazioni hanno tutto il sapore delle “porcate” agostane di calderoliana memoria: decisioni pesantissime, confezionate nel momento migliore per passare inosservate.
Ma questa volta inosservate non passeranno. Il destino di Taranto non può essere deciso in una stanza romana senza il coinvolgimento vero delle istituzioni locali, dei lavoratori, delle comunità e soprattutto delle imprese dell’indotto. – Si legge nella nota – Quelle imprese che ogni giorno continuano, tra mille difficoltà, a far sopravvivere lo stabilimento. Imprese che investono, assumono, programmano, anticipano costi, sopportano ritardi, incertezze e continui cambi di scenario. Imprese costrette a correre una gara a ostacoli che lo Stato, invece di semplificare, sembra divertirsi a rendere ogni giorno più difficile.
Gli imprenditori dell’indotto devono sapere. Devono sapere se ha ancora senso programmare investimenti, assumere personale, acquistare macchinari, accettare ordini, mantenere linee produttive dedicate. Devono sapere se esiste un futuro industriale o se siamo davanti all’ennesimo rinvio travestito da strategia. Agire da un giorno all’altro per decreto, sconvolgendo piani industriali e decisioni imprenditoriali nel giro di ventiquattro ore, non è solo irresponsabile: è sadico.
Ed è anche politicamente suicida. – Proseguono – La destra rischia di consumare il proprio fallimento non solo sull’abdicazione della politica della sicurezza, non solo sulla gestione dell’immigrazione, ma anche su iniziative come questa. Perché quando un Governo colpisce un territorio già ferito, quando promette riconversione e poi cancella le risorse, quando parla di nazione ma tratta Taranto come periferia sacrificabile, allora il conto politico prima o poi arriva.
Taranto non chiede privilegi. Chiede rispetto. Chiede chiarezza. Chiede che le promesse fatte vengano mantenute. Chiede che chi governa dica finalmente la verità: l’ex Ilva si vuole salvare, riconvertire, vendere, accompagnare alla chiusura o semplicemente scaricare su qualcun altro? Perché il tempo delle ambiguità è finito. – Concludono i rappresentanti di Aigi – Il miliardo cancellato non è solo una cifra. È il simbolo di un patto tradito. E Taranto, questa volta, non può permettersi di subire in silenzio.”



