Lo stadio Iacovone al centro degli interessi imprenditoriali. Certa finanza “creativa” che arriva dall’Adriatico. E un pezzo di futuro che Taranto, se dovesse sbagliare le scelte delle prossime settimane, potrebbe appaltare ad altri. Bitetti&Company, tergiversare ancora non è più consentito
Lo Iacovone, il Taranto e la partita dei “salotti buoni” della città. Tra concessioni, cittadelle dello sport, project financing e multinazionali americane, il futuro dello stadio si giocherebbe tutto al condizionale.
A Taranto ci sarebbero un posto dove, da qualche tempo, il calcio si giocherebbe anche senza pallone. Quel posto sarebbe lo Iacovone. Perché mentre sul terreno di gioco si correrebbe dietro alla sfera, fuori dal rettangolo verde si correrebbe dietro a concessioni, project financing, partenariati pubblico-privati, milioni di euro e progetti più o meno faraonici.
Tutto, naturalmente, al condizionale. Perché nei “salotti buoni” della città, quando una storia è importante, il futuro arriverebbe sempre qualche giorno prima delle carte ufficiali. E proprio da quei salotti arriverebbe un racconto che, se confermato, sarebbe tutt’altro che banale.
Partiamo da Sebastiano Ladisa. Alla vigilia dell’ultima gara della scorsa stagione, l’attuale presidente del Taranto avrebbe posto una condizione molto precisa: o il Comune avrebbe concesso lo Iacovone in esclusiva al Taranto, oppure il progetto calcistico dei Ladisa avrebbe potuto interrompersi. Un aut aut piuttosto chiaro e, per certi versi, comprensibile: chi investirebbe nel calcio vorrebbe avere una casa propria, certezze e la possibilità di programmare. Ma lo Iacovone non sarebbe una casa privata. Sarebbe un bene della città.
Ed è proprio qui che comincerebbe la vera partita. Perché nei soliti salotti si racconterebbe che i desiderata dei fratelli Ladisa potrebbero andare ben oltre la semplice concessione dello stadio. Si parlerebbe di una vera e propria cittadella dello sport, da realizzare in un’area adiacente allo Iacovone, eventualmente attraverso una variazione della destinazione urbanistica. Una struttura polivalente che potrebbe comprendere campi di allenamento, preparazione atletica e fitness, attività commerciali, ristorazione, servizi e persino strutture ricettive. Non più soltanto uno stadio, dunque. Un ecosistema.
E qui arriverebbe la parte più interessante: sempre secondo quanto circolerebbe informalmente in città, l’investimento complessivo potrebbe aggirarsi sui 36 milioni di euro, con una ripartizione ipotizzata al 50 per cento fra privato e pubblico. Attenzione: numeri e formule, allo stato delle informazioni pubbliche, andrebbero considerati indiscrezioni e non un progetto ufficialmente acquisito dal Comune.
Ma proprio quei numeri renderebbero la storia interessante. Si racconterebbe infatti che la parte privata potrebbe essere disponibile persino ad anticipare l’intero investimento, recuperando successivamente la quota pubblica attraverso una lunga rateizzazione. La cifra che circolerebbe sarebbe di circa 500 mila euro all’anno per 36 anni. Si, trentasei anni. Una rateizzazione talmente lunga da sembrare quasi un matrimonio amministrativo. Con tanto di anniversario.
Il problema sarebbe che Palazzo di Città, sempre secondo le indiscrezioni, non avrebbe ancora trovato una strada percorribile. Le ristrettezze economiche del Comune renderebbero complicato persino ipotizzare un impegno pubblico di quella portata.
Ed eccoci al paradosso. Da una parte ci sarebbe la necessità di valorizzare lo Iacovone e impedire che le strutture realizzate o rinnovate per i Giochi del Mediterraneo possano trasformarsi, una volta spente le luci della manifestazione, nelle ennesime cattedrali nel deserto. Dall’altra ci sarebbe un’amministrazione costretta a fare i conti con bilanci, servizi e risorse tutt’altro che infinite.
E sullo sfondo ci sarebbe un altro protagonista: Legends Global. Il colosso internazionale dell’entertainment e della gestione degli impianti sportivi avrebbe manifestato interesse per le strutture tarantine. Ma anche qui sarebbe opportuno distinguere l’interesse dalle carte ufficiali: al momento si parlerebbe di interlocuzioni, non di una concessione già pronta. La differenza, però, sarebbe sostanziale. Perché Legends potrebbe guardare non soltanto allo Iacovone, ma all’intero sistema degli impianti sportivi cittadini. Una prospettiva che, almeno sulla carta, potrebbe avere una logica industriale.
Se una città investirebbe milioni per costruire o ristrutturare strutture sportive, qualcuno dovrebbe poi farle vivere: eventi, spettacoli, turismo, occupazione, attività commerciali, indotto. Nei racconti che circolerebbero in città, Legends avrebbe persino immaginato un piano industriale di respiro internazionale, con eventi e un possibile “Festival del Mediterraneo”.
Un progetto affascinante. Ma, ancora una volta, un progetto da verificare. Ed è qui che la situazione potrebbe diventare un autentico “pataracchio” politico. Da una parte i Ladisa, che potrebbero considerare la concessione esclusiva dello Iacovone una condizione indispensabile per continuare a investire nel Taranto. Dall’altra una multinazionale che potrebbe essere interessata a ragionare sull’intero patrimonio sportivo della città.
In mezzo, il Comune. Con una mano dovrebbe tenere il pallone. Con l’altra il bilancio. E possibilmente senza farsi espellere dall’arbitro.
La domanda, allora, sarebbe semplice soltanto in apparenza: quanto potrebbe spingersi l’amministrazione per garantire la casa al Taranto senza trasformare un bene pubblico nella condizione necessaria per un singolo progetto imprenditoriale?
Perché se davvero il messaggio fosse “o ci date lo Iacovone in esclusiva oppure ce ne andiamo”, sarebbe legittimo per i Ladisa porre le proprie condizioni. Ma sarebbe altrettanto legittimo per il Comune chiedersi quali condizioni siano nell’interesse di tutta Taranto. E soprattutto quale sarebbe il costo, per la città, dell’una o dell’altra scelta. Il vero problema, infatti, non sarebbe soltanto chi gestirà lo Iacovone. Sarebbe capire chi sarà capace di far vivere lo Iacovone e, insieme, tutte le altre strutture.
Perché se la risposta fosse il calcio, bene. Se fosse Legends, bene. Se fosse un partenariato pubblico-privato, bene. Se fosse una combinazione di tutte queste cose, forse ancora meglio. Ma servirebbero progetti, numeri, garanzie, tempi e responsabilità.
E una regola semplice: lo Iacovone dovrebbe rimanere una risorsa per Taranto, non il premio finale di una trattativa. Perché tra concessioni esclusive, cittadelle dello sport, destinazioni urbanistiche da modificare, 36 milioni di investimento, eventuali anticipazioni private e 36 anni di rate, il rischio sarebbe quello di perdere di vista la cosa più importante. Il pallone. E magari anche il buon senso.
La partita, dunque, sarebbe appena cominciata. I Ladisa avrebbero le loro condizioni. Il Comune avrebbe i suoi problemi. Legends avrebbe il suo possibile progetto. E i cittadini avrebbero il diritto di sapere, prima delle strette di mano, quanto costerebbe, chi pagherebbe, chi incasserebbe e soprattutto quale sarebbe il beneficio per la città.
Perché i salotti buoni potrebbero anche raccontare il futuro. Ma a pagare, alla fine, non sarebbero mai i divani. E se dopo project financing, cittadelle dello sport, multinazionali californiane, alberghi, palestre, ristoranti e 36 anni di rate qualcuno dovesse ancora chiedersi quale sarebbe la vera lingua dello Iacovone, la risposta potrebbe arrivare direttamente dalla curva. “Ci nun zumpa è ‘nu barese!”
E, a quel punto, almeno una cosa sarebbe certa. Il project financing sarebbe finito. Il salto, invece, potrebbe cominciare.


