di Rosa Elenia Stravato
La visione di un borgo che cura le relazioni attraverso la cultura, trasformando la biblioteca comunale nel cuore pulsante della comunità
Quanto può fare un libro? Può sembrare un semplice rettangolo di carta e inchiostro, eppure ha il potere sovversivo di curare le ferite invisibili di una comunità, di abbattere i muri dell’isolamento e di riscrivere la storia laddove sembrava già segnata. A Chiaromonte, la risposta a questa domanda non è una teoria astratta, ma un battito vivo che risuona tra i vicoli del borgo. C’è una forza sottile, ma inarrestabile, che attraversa i vicoli di Chiaromonte. Questo Comune si trova in Basilicata, in provincia di Potenza, adagiato su uno sperone roccioso nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, affacciato sulla valle del fiume Sinni. È passato alla storia per le sue antichissime origini: tra l’VIII e il VI secolo a.C. fu un fondamentale centro dell’Enotria.
La straordinaria importanza storica del borgo è testimoniata dai rinvenimenti archeologici della necropoli di Chiaromonte, che ha restituito centinaia di corredi funerari d’epoca arcaica di rara ricchezza — tra cui armi, gioielli e la celebre ceramica figurata enotria —, a dimostrazione del ruolo centrale che il sito rivestiva nelle rotte commerciali e culturali tra il Mar Ionio e il Tirreno. Ma appare evidente che, la sua storia non si esaurisca in poche battute. Non è soltanto l’eco della sua storia o la bellezza antica dei suoi paesaggi, ma la vibrazione viva di un’idea che ha preso forma, radici e coraggio. Un percorso cominciato nel lontano — e forse persino prima — 2024 con il progetto “Chiaromonte città che legge”, e che oggi trova il suo naturale prolungamento d’anima nella candidatura alla prestigiosa rassegna “Città del Libro 2027”.
Conversando con Lucia Surano, responsabile del progetto, si tocca con mano la potenza straordinaria di questo cammino. Non si tratta di una semplice programmazione culturale, ma di una vera e propria rivoluzione sociale e civile: «Tutto è nato dalla volontà precisa di sovvertire quell’antico e pervasivo ancoraggio al “familismo amorale” teorizzato da Banfield — spiega Lucia Surano — quella tendenza all’isolamento e alla cura del solo interesse privato a scapito del bene comune.» Banfield è stato un influente politologo e sociologo statunitense, docente ad Harvard e Chicago, noto per per aver introdotto nel 1958 il concetto di “familismo amorale” (nel saggio Le basi morali di una società arretrata), studiando sul campo proprio la realtà lucana – da lui chiamata nel libro con lo pseudonimo di Montegrano-.
Per spezzare questo circolo, Chiaromonte ha scelto la via più audace: rifondare il senso di collettività partendo dalla biblioteca comunale. L’obiettivo guida è stato fin da subito chiaro e ambizioso: dismettere i panni di semplice deposito di volumi per diventare un vero e proprio polo di socializzazione, centro di promozione e punto d’aggregazione aperto a tutti. In questo contesto, il libro ha smesso di essere un oggetto statico ed è diventato uno strumento dinamico per fare rete, per intrecciare relazioni e per divulgare una nuova cultura del wellness inteso come benessere globale della persona e della comunità. Il progetto di Chiaromonte ha declinato il concetto di “cura” attraverso tre direttrici fondamentali: in primis “Libri in Prescrizione” e la Biblioterapia; la biblioteca comunale ha allestito un’intera ala dedicata al benessere globale. Qui la lettura viene proposta come strumento di wellness emotivo e cognitivo attraverso percorsi di lettura guidata pensati per contrastare la solitudine, stimolare l’empatia tra generazioni e offrire uno spazio sicuro di ascolto. In seguito, la Biblioteca si è posta quale presidio di Ccomunità, sovvertendo l’isolamento e la chiusura nel privato, gli spazi della biblioteca sono stati riprogettati per accogliere laboratori interculturali, incontri tra giovani ed anziani e tavoli di confronto sulle tematiche di interesse pubblico. Il libro diventa il pretesto per sedersi allo stesso tavolo e riscoprirsi parte di uno stesso destino. Fondamentali, poi, i patti di lettura e rete territoriale attraverso i quali il Comune ha esteso il raggio d’azione oltre le mura istituzionali, portando i libri nelle piazze, nei luoghi della salute, nelle scuole e nelle associazioni locali. Creare una rete diffusa , va detto, significa far sì che la cultura non aspetti il lettore, ma gli vada incontro nei momenti quotidiani di attesa e bisogno. In questa visione, la pagina stampata diventa il “mezzo aureo” per ricucire i legami sociali: curare le parole per curare la comunità, trasformando ogni lettura condivisa in un atto di resistenza contro la solitudine e la frammentazione. Ed è proprio qui che si svela il cuore vivido di un’evoluzione spontanea e profonda che ha portato alla candidatura a “Città del Libro 2027”; non è un approdo estemporaneo, ma la fioritura naturale di quel seme piantato nel 2024. Il fulcro dell’intero progetto si condensa nella parola-chiave: cura.. Dunque, a Chiaromonte il libro ha smesso di essere un oggetto da spolverare sulle mensole per trasformarsi in un presidio sociale e terapeutico; il Comune ha strutturato una vera e propria missione civile basata sulla convinzione che la lettura non sia solo un’attività intellettuale, ma la forma più alta di cura verso se stessi, gli altri e il territorio. La candidatura di Chiaromonte travalica i confini dell’evento culturale o dell’ambito premio istituzionale. Rappresenta, in prima battuta, una dichiarazione d’intenti e un atto d’amore verso il proprio territorio. Riconoscersi come comunità educante ed interculturale, capace di spalancarsi all’innovazione e al dialogo costante, significa affermare che anche i piccoli centri possono farsi fari di cambiamento quotidiano.
La cultura, quando è condivisa, smette di essere un lusso e diventa un bene primario, capace di sradicare l’individualismo e di rigenerare i legami umani. Entro metà ottobre Chiaromonte conoscerà il verdetto sul conferimento di questo ambito riconoscimento. Un grande, caloroso in bocca al lupo a questa comunità che ha già vinto la sfida più grande: dimostrare che attorno a un libro si può rifondare il senso stesso di stare insieme.


