Di Rosa Elenia Stravato
Il ritratto di un osservatore partecipe
La parola mito affonda le sue radici nel greco antico mŷthos, un termine che prima di indicare la favola o il racconto leggendario significava, semplicemente, parola pronunciata, racconto originario, discorso che fonda la realtà.
Non c’è luogo sul pianeta in cui questo verbo primordiale sia più visceralmente radicato se non nella cultura del mare. Il Mediterraneo non è mai stato soltanto una distesa d’acqua, ma una sterminata macchina narrativa; sulle sue coste la geografia diventa subito teogonia, la tempesta si fa destino, e l’orizzonte marino, mutevole e insondabile, costringe l’uomo a inventare Dei ed eroi per dare un nome alla propria solitudine e al proprio sbalordimento. È precisamente da questo mare, teatro di approdi e sponde arcaiche, che affiora una gemma preziosa della nostra letteratura: il testo di Giuseppe Berto “Il mare da dove nascono i miti”.
L’immagine consolidata di Giuseppe Berto è spesso legata alle vette introspettive e dolenti del male oscuro, eppure in queste pagine ci imbattiamo in un autore del tutto inatteso e di una potenza folgorante, capace di farsi cronista, viaggiatore e osservatore partecipe. Muovendo i primi passi dai viaggi nel Mezzogiorno martoriato del secondo dopoguerra, sino a registrarne le turbolente trasformazioni degli anni Sessanta e Settanta, la penna di Berto attraversa Calabria, Basilicata e Puglia con uno sguardo netto, profondamente anti-retorico, che rifiuta la facile pietà e la narrazione folcloristica.
Tra le pagine, la miseria emerge non come una disgrazia passeggera ma come una vera e propria struttura sociale e antropologica, le riforme statali appaiono come una promessa sospesa, il turismo nasce quasi per caso come una forza ingenua destinata a sconvolgere gli equilibri, e la modernità sopraggiunge come un’arma a doppio taglio che porta con sé un agognato benessere e, al contempo, ferite profonde al paesaggio e alle coscienze. È un libro straordinario che mette in scena luoghi, voci, gesti e lancinanti contraddizioni, sorretto da una scrittura dolente ma mai querula, civile senza cadere nella predica e poetica senza mai cedere al fascino stucchevole della cartolina turistica.
Nel solco della grande prosa d’inchiesta e di viaggio del Novecento, questa prova d’autore dialoga apertamente con Carlo Levi e con la sua immersione nel mondo arcaico, con lo Sciascia civile e il suo rigore critico, con l’esplorazione analitica di Guido Piovene, con la pietas pasoliniana per ciò che scompare e con le testimonianze dei migliori inviati italiani del dopoguerra, restituendoci il ritratto di un Mezzogiorno bellissimo, ferito e ancora meravigliosamente complesso.


