di Erasmo Venosi
L’attivismo di Draghi. I nuovi processi democratici. E le privatizzazioni all’italiana
Il Rhine Group, neonato think tank fondato da Mario Draghi e Patrick Collison, co-fondatore di Stripe, rappresenta una chiara espressione di tecnocrazia informale e diplomazia parallela, con l’obiettivo di bypassare i tempi farraginosi delle istituzioni di Bruxelles.
I suoi componenti si sono incontrati a Baden-Baden, in Germania, per un summit blindato e protetto dalla Chatham House Rule, una norma internazionale utilizzata per regolamentare la riservatezza durante incontri, dibattiti e conferenze a porte chiuse. Un metodo d’azione criticabilissimo, che richiama quello di un circolo di élite economiche, tecnologiche e accademiche impegnato a elaborare soluzioni sistemiche al di fuori dei processi democratici tradizionali, per poi offrirle “chiavi in mano” alla Commissione europea.
Chi sono i componenti del think tank? Ne fanno parte i premi Nobel Philippe Aghion e Bengt Holmström, l’ex ministro francese Bruno Le Maire, l’economista Benoît Cœuré e l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves. Il fronte tecnologico comprende Xavier Niel, di Iliad, Sebastian Siemiatkowski, di Klarna, Tobi Lütke, di Shopify, Bastian Nominacher, di Celonis, e Piotr Dabkowski, di ElevenLabs. A loro si aggiungono Carlos Torres Vila di BBVA, Laurence Boone e le direttrici di Financial Times ed Economist, Roula Khalaf e Zanny Minton Beddoes. Tra gli italiani figurano Andrea Pignataro di Ion, Luca Ferrari di Bending Spoons, Lucrezia Reichlin, Francesco Decarolis, Beatrice Weder di Mauro, Francesco Giavazzi, Vittorio Colao e Roberto Cingolani.
Quali sono stati i probabili argomenti di discussione, tenendo conto anche del libro di Draghi “Competere o sparire”? Al centro potrebbe esserci stata l’assenza di un’Unione dei mercati dei capitali, che impedisce alle startup europee di scalare, spingendole a finanziarsi negli Stati Uniti. Un altro tema riguarda il ritardo infrastrutturale nella capacità di calcolo e nell’intelligenza artificiale, che rischia di trasformare l’Europa in una colonia digitale di piattaforme estere.
Sul tavolo potrebbe esserci stata anche la paralisi politica rappresentata dalle crisi interne in Germania e Francia, insieme alle pressioni geopolitiche globali. Questioni che si intrecciano con le indicazioni contenute nel Rapporto Draghi sulla competitività, che stimava un fabbisogno di investimenti aggiuntivi pari a 750-800 miliardi di euro all’anno, circa il 4,5% del PIL dell’UE, da coprire attraverso debito comune e Unione dei mercati dei capitali.
Non si può non osservare, tuttavia, che decisioni cruciali sul futuro europeo vengono discusse in sedi private e opache, riducendo la trasparenza nei confronti dei cittadini. Emerge inoltre un evidente confronto tra interessi contrapposti: da una parte la finanza globale, le Big Tech e i tecnocrati; dall’altra il rischio che questo assetto finisca per privilegiare il capitale a scapito del welfare e della sovranità statale.
Come non rievocare, allora, le privatizzazioni italiane del 1992, con Draghi regista dell’incontro sul Britannia, e il massacro della Grecia, segnato da un rigore economico di durezza inusitata? Un rigore riconducibile alla cosiddetta “austerità espansiva”, di cui Draghi fu uno dei fautori e che si sarebbe rivelata, secondo questa ricostruzione, un clamoroso errore.
Fu Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale dal 2008 al 2015, a riconoscere l’errore di quella politica. Il ripensamento avvenne nel documento “Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers”, nel quale il capo economista ammise che il Fondo e le autorità europee avevano grossolanamente sottostimato gli effetti distruttivi dei tagli alla spesa pubblica sulle economie in recessione, commettendo un errore matematico sul cosiddetto moltiplicatore keynesiano.
Semplificando, non era vero che per ogni euro tagliato alla spesa pubblica il PIL sarebbe sceso soltanto di 50 centesimi. Blanchard calcolò che, nei primi anni della crisi dell’Eurozona, il moltiplicatore reale era molto più alto, compreso tra 0,9 e 1,7. Significava che togliere un euro di spesa pubblica poteva distruggere fino a 1,70 euro di ricchezza nazionale. Il disastro greco sarebbe stato una diretta conseguenza di questa impostazione.
Draghi, formalmente, non si è mai pentito di quell’errore né ha mai chiesto scusa per le politiche di austerità con il clamore matematico e istituzionale di Olivier Blanchard. Al contrario, al termine del suo mandato alla BCE, nel 2019, dichiarò esplicitamente: “Non ho rimpianti, non ho mai gettato la spugna rispetto al mandato”.
Lo stesso Draghi autore del Rapporto sulla competitività, pur non rinnegando le scelte fatte, ha ammesso in diversi discorsi che la strategia economica globale dell’Eurozona dell’ultimo quindicennio ha contenuto gravi errori strutturali.
Anche le privatizzazioni del 1992, a un’analisi postuma, mostrano secondo questa ricostruzione errori clamorosi. Nel maggio 2017, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, fu promosso e presieduto da Massimo Mucchetti, all’epoca presidente della 10ª Commissione Industria del Senato e precedentemente vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, un convegno che vedeva come relatore chiave il professor Fulvio Coltorti, storico direttore emerito dell’Ufficio Studi di Mediobanca.
La ricerca presentata al Senato, intitolata “Declino della grande impresa privata e resistenza dell’impresa pubblica in Italia negli ultimi venti anni”, metteva in luce alcuni punti cardine. I grandi gruppi industriali passati in mani private non erano diventati multinazionali competitive. Molti erano stati ridimensionati, ristrutturati al ribasso o ceduti a gruppi stranieri, come nel caso della chimica, della siderurgia ex Iri o della parabola di Telecom Italia.
I dati dimostravano inoltre che le imprese nelle quali lo Stato aveva mantenuto una quota di controllo o un ruolo di indirizzo strategico, i cosiddetti “campioni” rimasti, come Eni, Enel, Leonardo o Fincantieri, registravano performance industriali, di investimento e di export decisamente superiori a quelle delle aziende interamente privatizzate.
Le privatizzazioni fruttarono allo Stato italiano oltre 150 miliardi di euro, dando vita a una delle stagioni di dismissione più imponenti al mondo. Tuttavia, Mediobanca evidenziò che tale enorme liquidità servì soltanto a tamponare temporaneamente il debito pubblico nel computo dei parametri di Maastricht, senza risolvere il problema strutturale della spesa e privando lo Stato dei dividendi futuri di quelle aziende.
Insomma, le privatizzazioni italiane non hanno creato una “public company” diffusa sul modello anglosassone, bensì trasferito monopoli naturali, come le autostrade o le telecomunicazioni, a nuclei ristretti di imprenditori privati che spesso hanno finanziato l’acquisto caricando il debito sulle società stesse, attraverso il cosiddetto leverage buy-out, a scapito degli investimenti infrastrutturali e della ricerca scientifica.
È proprio qui che si innesta il nesso storico con l’attualità. Iniziative come quelle del Rhine Group appaiono, in questa prospettiva, esattamente come quelle del Britannia.


