Mentre a Roma si definisce il dopo-altoforni, restano aperti i nodi sulla collocazione dei nuovi impianti. Manca chiarezza anche tra le posizioni a livello nazionale e quelle degli esponenti politici tarantini. Intanto si attende ancora un confronto organico con la città sugli effetti industriali, occupazionali, ambientali e sanitari di una eventuale trasformazione della fabbrica
Il futuro dell’ex Ilva si sta decidendo a Roma, mentre a Taranto resta aperto l’interrogativo su quale assetto industriale attenda la città. Al Senato, in queste settimane, gli emendamenti presentati dalle forze che compongono il cosiddetto campo largo mostrano un dato comune. Sulla necessità di superare il ciclo a carbone esiste una convergenza, sulla forma che dovrebbe assumere l’industria dopo l’area a caldo molto meno.
Il decreto-legge sulla continuità operativa degli impianti di interesse strategico nazionale è all’esame della Commissione Industria del Senato e dovrà essere convertito entro il 27 ottobre. All’interno di questo crinale Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno messo nero su bianco idee diverse sul destino del siderurgico. Facciamo chiarezza.
Il Movimento 5 Stelle indica nei suoi emendamenti la strada dei forni elettrici e del DRI/HBI, con l’eventuale ricorso all’idrogeno verde quando tecnicamente ed economicamente sostenibile. Ma chiede anche che, prima della realizzazione e dell’avvio dei nuovi impianti, venga verificata la compatibilità ambientale e sanitaria attraverso la VIIAS. In una delle proposte è prevista (per ovvie ragioni di opportunità), la chiusura definitiva dell’area a caldo e almeno un forno elettrico alimentato con idrogeno verde.
Il PD richiede una sorta di statalizzazione, laddove la cessione degli impianti non si concluda, e auspica la possibilità di un’acquisizione temporanea dei complessi da parte del ministero dell’Economia, direttamente o attraverso una società controllata, per garantire occupazione, decarbonizzazione, bonifiche e continuità industriale. Accanto a questo c’è l’ “Agenda per Taranto”, che punta sulla diversificazione e chiama in causa cantieristica, economia del mare, logistica, rinnovabili, aerospazio, difesa, agroalimentare, pesca, turismo e servizi.
Anche Alleanza Verdi e Sinistra lega la trasformazione alla decarbonizzazione, alla riduzione delle emissioni e alla verifica degli effetti sulla salute, con obiettivi misurabili, monitoraggio e trasparenza. Una linea che mette al centro anche in questo caso, la chiusura dell’area a caldo e una trasformazione industriale sottoposta a precise verifiche ambientali e sanitarie.
L’aspetto più immediato attiene al cambio di tecnologia più che il modello industriale. Si chiudono gli altiforni e si guarda ai forni elettrici e al DRI, ma si preserva una grande attività siderurgica in un territorio che da decenni ne sopporta l’impatto.
A Taranto, però, il tema viene letto in modo diverso. Rosa D’Amato, esponente di Europa Verde, è apertamente contraria ai forni elettrici come soluzione per la città. In un recente post lo sintetizza con l’immagine secondo cui dai forni elettrici “non uscirebbero fiori”. Il passaggio all’elettrico, dunque, non equivarrebbe automaticamente a emissioni zero. La linea di Europa Verde Taranto è quella della chiusura dell’area a caldo e del reimpiego dei lavoratori in altri settori, dentro un’idea di superamento della monocultura dell’acciaio.
Ma sul piano nazionale la posizione di AVS è diversa. Il 15 gennaio 2026, nell’ambito di altro provvedimento in discussione alla Camera, Angelo Bonelli e Francesca Ghirra hanno presentato un emendamento aggiuntivo (respinto) nel quale la decarbonizzazione dell’ex Ilva comprende esplicitamente i “forni elettrici alimentati con idrogeno verde”, insieme alle bonifiche, al risanamento ambientale e sanitario e alla chiusura delle fonti inquinanti. Dunque? Disarmonia tra le teste d’ariete del partito.
Nel Pd, a livello locale, Luca Contrario, consigliere comunale dem, ha contestato l’ipotesi dei tre forni elettrici e dei quattro impianti DRI, chiedendo chi dovrebbe realizzarli e finanziarli. Va però ricordato che lo stesso Contrario aveva sottoscritto, nel 2025, insieme agli altri consiglieri della maggioranza di centrosinistra, un documento che indicava come “scenario C” la chiusura progressiva dell’area a caldo e la sua sostituzione con forni elettrici, prevedendo la predisposizione di un impianto DRI. Dopo le successive risultanze giudiziarie e l’evoluzione del confronto sull’ex Ilva, non ha però chiarito quale sia oggi la sua visione della nuova Ilva e quale eventuale piano industriale ritenga compatibile con il binomio “lavoro e salute”.
Il risultato è dunque, un quadro farraginoso e dispersivo che vede, questo l’aspetto più grave, la discussione sull’ex Ilva procedere sul piano legislativo senza che sia ancora riconoscibile una linea univoca all’interno dello stesso schieramento. Le differenze non riguardano soltanto il campo largo, ma evidente come ricompaiano al loro interno, tra le posizioni espresse a Roma e quelle maturate a Taranto.
Mentre in Parlamento si discutono emendamenti, tecnologie e strumenti finanziari, alla città non è stato ancora presentata, in un confronto pubblico organico, un nessuna delle opzioni in campo. Non risulta esserci stato un momento nel quale ai cittadini siano state illustrate prima, nel loro insieme, le diverse ipotesi: quanti impianti, dove collocarli, quale fabbisogno energetico richiederebbero, quali ricadute occupazionali avrebbero e, soprattutto, quali rischi e quali impatti ambientali e sanitari comporterebbero.
Un deficit non solo comunicativo, ma etico. Riguarda una città che dovrebbe essere messa a conoscenza della trasformazione che l’attende e che forse potrebbe travolgerla. Un confronto con Taranto, con il suo tessuto produttivo, con i lavoratori e con i cittadini, dovrebbe accompagnare questo delicatissimo passaggio, evitando decisioni pre impostate o verticali. Tipiche di quel sovranismo produttivo e politico che tanto ha nuociuto ai nostri territori.
Dire che sarà una siderurgia più pulita di quella attuale non chiude la questione. Né stabilire se esista un’alternativa all’altoforno. Esiste. Il nodo è capire quale industria si vuole costruire intorno a quella alternativa e quale posto debba occupare Taranto nella siderurgia italiana. Ma anche capire, e non è più possibile eludere la questione, se esiste ancora un’industria che si voglia costruire.


