La domanda seria è: “Qual è il progetto del Taranto e chi lo sta realmente portando avanti?” Perché una nave può cambiare capitano, ufficiali e marinai. Ma se dopo sedici mesi è ancora ferma nello stesso punto, forse sarebbe il caso di controllare anche chi tiene in mano la bussola
Il Taranto delle grandi promesse e della nave sempre in porto. C’era una volta il Taranto delle grandi promesse. Quello degli appelli alla piazza, delle ambizioni, dei progetti, delle parole importanti e dei sogni raccontati ai 12 mila tifosi che, con una pazienza degna di un santo, continuano a mettere passione, tempo e cuore dentro una maglia che meriterebbe ben altro.
Poi, però, arriva il momento in cui dalle promesse bisogna passare ai fatti. Ed è proprio lì che, per il Taranto, comincia il problema.
Perché in questi mesi abbiamo assistito a una curiosa specialità societaria: riuscire a cambiare moltissimo senza riuscire a cambiare davvero nulla. In appena 16 mesi sono passati tre direttori sportivi e quattro allenatori. Una rotazione che, più che una società di calcio, fa pensare a una stazione ferroviaria: si entra, si saluta, si parte. E il bello è che, mentre cambiano i passeggeri, il treno sembra non muoversi mai.
Tre direttori sportivi. Quattro allenatori. A questo punto viene quasi da chiedersi se il prossimo organigramma non debba prevedere anche un responsabile delle partenze, uno degli arrivi e magari un controllore.
Il problema, naturalmente, non è cambiare quando serve. Nel calcio cambiare può essere necessario. Il problema è capire perché si cambia, con quale progetto e soprattutto chi si assume la responsabilità delle scelte. Perché se cambiano continuamente gli uomini in campo e sulla panchina, ma i risultati e le difficoltà restano sostanzialmente gli stessi, qualche domanda bisognerà pur farsela.
E qui arriviamo al grande tema: l’organizzazione. O, per essere più precisi, quella che sembra una certa latitanza dell’organizzazione. Perché una società di calcio non può vivere soltanto di entusiasmo, buone intenzioni, appelli alla piazza e decisioni prese sull’onda del momento. Servono metodo, competenze, programmazione, equilibrio e soprattutto una conoscenza profonda di quel complicatissimo sistema chiamato calcio.
Il calcio non è soltanto mettere undici giocatori in campo. È costruire una struttura. È scegliere gli uomini prima ancora dei giocatori. È stabilire una linea tecnica e seguirla anche quando arriva la prima difficoltà. È avere un progetto che non cambi ogni volta che cambia il vento.
Altrimenti si rischia di finire dentro un meccanismo perverso: si perde una partita, si cerca il colpevole, si cambia qualcosa, si ricomincia da capo. Poi si perde un’altra partita e si riparte con un altro giro di giostra.
Nel frattempo, il tifoso paga il biglietto. E continua a sperare. Quello stesso tifoso che rappresenta un patrimonio enorme, quei 12 mila cuori che non sono semplicemente numeri da mettere in una statistica. Sono una risorsa, un capitale emotivo e sociale che una società dovrebbe coltivare, rispettare e valorizzare. Invece il rischio è quello di sperperarlo.
Non necessariamente con una singola decisione sbagliata, ma attraverso tante piccole decisioni approssimative, tante accelerazioni, tante retromarce, tante scelte dettate più dalla pancia che dal raziocinio. E quando nel calcio comanda la pancia, spesso la testa finisce in tribuna.
La cosa più curiosa, però, è un’altra. Mentre direttori sportivi e allenatori cambiano con una frequenza che farebbe impallidire persino il mercato di gennaio, sul ponte della nave sembrano esserci sempre gli stessi.
Vito Ladisa e suo fratello Sebastiano, Camicia e Bitetto. E allora la domanda viene quasi spontanea: se cambiano tre direttori sportivi e quattro allenatori, ma alcuni protagonisti societari restano stabilmente al loro posto, chi dovrebbe assumersi la responsabilità della continuità delle scelte?
Perché nel calcio c’è una regola semplice: quando le cose non funzionano, non è sempre colpa dell’ultimo arrivato. Anzi, qualche volta l’ultimo arrivato è semplicemente quello che si trova a raccogliere i cocci di decisioni prese prima.
E qui arriva la parte più ironica. Il Taranto sembra avere inventato un modello gestionale assolutamente originale: cambiare continuamente il conducente lasciando però sempre lo stesso volante. Una specie di Formula 1 societaria dove si sostituisce il pilota, poi il copilota, poi il meccanico, ma nessuno controlla se la macchina abbia ancora le quattro ruote. E attenzione: non si tratta di mettere in discussione il diritto di una proprietà o di una dirigenza a fare le proprie scelte.
Il punto è un altro. È chiedersi se, dopo sedici mesi, sia finalmente arrivato il momento di fare un bilancio serio. Non il bilancio delle intenzioni. Quello dei risultati. Perché il calcio, alla fine, ha una brutta abitudine: presenta il conto.
E il conto non si paga con gli slogan. Si paga con una società strutturata, con dirigenti scelti per competenza, con una programmazione tecnica coerente e con la capacità di resistere alla tentazione di prendere decisioni sull’onda dell’emotività. Altrimenti si rischia di trasformare una piazza straordinaria in una platea stanca. E sarebbe un vero peccato.
Perché Taranto non è una piazza qualunque. È una città che ha fame di calcio, che ha memoria, passione e una tifoseria capace di riempire lo stadio e di sostenere la squadra anche quando sarebbe molto più semplice voltarsi dall’altra parte.Proprio per questo meriterebbe una società all’altezza della sua gente. Non necessariamente una società che vinca sempre.
Ma una società che sappia almeno perché sta facendo quello che fa. Una società capace di programmare, scegliere e assumersi le responsabilità.
Perché continuare a cambiare allenatori e direttori sportivi senza mettere mano alla struttura che prende le decisioni rischia di produrre soltanto un risultato: tanta agitazione, poco calcio e una tifoseria sempre più disorientata. E allora, forse, la vera domanda non è più:
“Chi sarà il prossimo allenatore?” E nemmeno: “Chi sarà il prossimo direttore sportivo?” La domanda seria è: “Qual è il progetto del Taranto e chi lo sta realmente portando avanti?”
Perché una nave può cambiare capitano, ufficiali e marinai. Ma se dopo sedici mesi è ancora ferma nello stesso punto, forse sarebbe il caso di controllare anche chi tiene in mano la bussola.
E soprattutto, prima di chiedere ancora pazienza ai 12 mila tifosi, sarebbe bello poter finalmente mostrare loro una rotta. Una vera. Non l’ennesima promessa.


