Ai Ladisa, allora, una cosa va detta con chiarezza, senza ipocrisie e senza voler mancare di rispetto a nessuno: avete scelto Taranto, avete scelto il Taranto e avete deciso di investire in questa città. Per questo siete benvenuti. Ma ricordatevi che siete arrivati in una casa che non è vostra. A Taranto si viene da ospiti, non da conquistatori
Lo stadio della discordia che nessuno può permettersi di perdere. Passata la festa, restano i problemi. E quelli dello Iacovone sono diventati ormai troppo evidenti per continuare a nasconderli sotto il tappeto.
Per qualche settimana Taranto ha respirato un’aria diversa. Nuovi impianti, strutture rimesse a nuovo, il grande entusiasmo per i Giochi del Mediterraneo, la sensazione che finalmente qualcosa si stesse muovendo. E quando una città affamata di sport e di normalità ritrova le proprie strutture, è comprensibile che prevalga l’entusiasmo.
Ma, come si dice, passata la festa, gabbato lo santo. E così, a poco a poco, il magnifico colpo d’occhio ha cominciato a lasciare spazio ai particolari. E i particolari, qualche volta, sono impietosi. Lo Iacovone, quello che abbiamo già ribattezzato lo stadio della discordia, ne è la dimostrazione più evidente.
Poco più di 12 mila spettatori autorizzati, alcuni settori ancora inutilizzabili, varchi d’accesso non adeguati, servizi igienici che mancano o non sono sufficienti, tornelli che fanno i capricci e una curva Sud che, per ora, resta lì: bella da vedere, ma non accessibile.
E allora una domanda, senza voler fare polemica a tutti i costi, viene spontanea: come è stato possibile far entrare allo Iacovone oltre 20 mila persone per la cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo e poi autorizzarne poco più di 12 mila per una partita ufficiale del Taranto?
Qualcuno prima o poi dovrà spiegarlo. Durante le passerelle, naturalmente, tutto sembrava magnifico. E guai a mettere il dito nelle imperfezioni. Il lavoro del commissario Massimo Ferrarese veniva celebrato, e il ritornello era sempre quello: “Ma cosa pretendevate? In due anni è stato fatto tutto questo!”
Giusto. Bisogna riconoscere ciò che è stato fatto. Ma proprio perché siamo arrivati al momento in cui le luci delle inaugurazioni si sono spente, sarebbe ora di accendere quelle della normalità. E nella normalità emergono le cose che non funzionano. Come emergono le incomprensioni. Quelle, per esempio, tra il Comune e i fratelli Ladisa.
Il primo segnale, forse, era arrivato già il 27 settembre, nel giorno del ritorno del Taranto nella sua casa. Sebastiano Ladisa, insieme al suo seguito, accompagnava Paola Raisi, ex moglie di Erasmo Iacovone, in un insulso giro d’onore sotto gli spalti. Peccato che, accanto alla società, mancasse praticamente tutta la rappresentanza istituzionale cittadina. Il sindaco Piero Bitetti era impegnato altrove. Così, si è detto, anche chi avrebbe potuto rappresentarlo. Una coincidenza? Probabilmente. Ma qualcuno, quel giorno, il naso lo ha storto.
Poi sono arrivati i problemi veri. E soprattutto una scoperta che forse qualcuno non aveva messo adeguatamente in conto: lo Iacovone non è uno stadio privato del Taranto. È un bene pubblico. E un bene pubblico ha regole.
Per aprire i cancelli, utilizzare il campo sussidiario, gli spogliatoi, gli spazi interni o organizzare iniziative collaterali non basta evidentemente una comunicazione agli uffici comunali. Esistono competenze, autorizzazioni, responsabilità e costi.
E c’è un altro particolare che non può essere dimenticato: lo Iacovone è ancora, almeno in parte, un cantiere. Ci sono aree interdette, passaggi che non possono essere utilizzati dal pubblico e competenze legate ai lavori che fanno ancora capo alla struttura commissariale guidata da Ferrarese. Il campo B, come lo abbiamo sempre chiamato, non è omologato neppure per le partite del settore giovanile.
Insomma, non è tutto così semplice come premere un interruttore e accendere le luci dello stadio. Probabilmente alla base c’è un problema di comunicazione. Magari qualcuno ha dato per scontato ciò che scontato non era. Magari Comune e Club sportivo hanno semplicemente parlato due lingue diverse.
Ma invece di chiarirsi al tavolo, la questione è finita sui comunicati stampa. E qui, permetteteci una parentesi tutta tarantina. “Ce so’ io e ce si tu!”
Quasi una sfida tra due fidanzati che, dopo essersi promessi amore eterno, hanno cominciato a discutere su chi debba pagare il conto. Come se si fosse arrivati alla restituzione degli anelli! Solo che di questo passo il conto rischia di pagarlo Taranto. La città.
Perché la dichiarazione dei Ladisa, “allo Iacovone non metteremo più piede”, in sostanza, non è soltanto una frase infelice. È una delusione. Non perché i Ladisa non abbiano diritto di manifestare il proprio dissenso. Ci mancherebbe. Ma perché da una proprietà che ha scelto di investire nel Taranto ci si aspetterebbe altro. Ci si aspetterebbe la capacità di distinguere una difficoltà gestionale da una guerra.
Lo stesso vale, naturalmente, per il Comune. L’Amministrazione non può pensare che basti appellarsi ai regolamenti per chiudere la questione. Ha il dovere di far rispettare le regole, certo. Ma ha anche il dovere di trovare soluzioni.
Perché qui non ci sono due bambini che litigano per chi deve tenere il pallone. C’è una società calcistica che deve tornare a programmare. C’è uno stadio che deve essere completato e gestito. C’è una città che vuole tornare a sognare il calcio professionistico. E ci sono migliaia di tifosi che di queste beghe hanno francamente le tasche piene.
Una parte di Taranto continua a vedere nei Ladisa una possibile soluzione ai tanti problemi del calcio rossoblù. Nonostante la sequela di errori commessi, nonostante una gestione che ha mostrato più di qualche incertezza, la speranza resta quella: rivedere il Taranto tra i professionisti.
E allora perché farsi del male da soli? Sedersi attorno a un tavolo non significa perdere la faccia. Fare un passo indietro non significa arrendersi. Ammettere un errore non significa essere più deboli. Al contrario, significa essere adulti.
Comune, Società, dirigenti, tecnici e struttura commissariale devono incontrarsi e mettere sul tavolo problemi e soluzioni. Uno per uno. Senza comunicati al veleno, senza ripicche, senza minacce.
Perché lo Iacovone non è dei Ladisa. Ma non è neppure del Comune. Lo Iacovone è dei tarantini. E i tarantini hanno già aspettato abbastanza.
Ai Ladisa, allora, una cosa va detta con chiarezza, senza ipocrisie e senza voler mancare di rispetto a nessuno: avete scelto Taranto, avete scelto il Taranto e avete deciso di investire in questa città. Per questo siete benvenuti. Ma ricordatevi che siete arrivati in una casa che non è vostra.
A Taranto si viene da ospiti, non da conquistatori. E un ospite può anche discutere con il padrone di casa. Può avere ragione, può avere torto, può pretendere rispetto. Ma alla fine, se davvero tiene a quella casa, non sbatte la porta e se ne va.
Lo stesso vale per chi quella casa la amministra. Perché lo Iacovone può diventare lo stadio della discordia. Oppure può diventare, finalmente, lo stadio attorno al quale una città torna a sentirsi unita. La scelta, adesso, è nelle mani di tutti. E sarebbe davvero imperdonabile scegliere la prima strada.


