di Rosa Surico
Da Fanfani “Centocervelli” ad Andreotti “Aspirante sacrestano”, a Nilde Jotti “La pacchiana”, a Papa Paolo VI” Orologio a Cucù” e a tanti altri…
L’ eredità preziosa del “Principe della risata” che oggi manca e spaventa più di ieri: il diritto alla critica sociale, alla denuncia dei vizi del potere come fosse il famoso “piatto misto” offerto agli dei di reminiscenza romana, tanto caro a Quintiliano
Il 15 aprile 1967 il mondo diceva addio al principe indiscusso della risata:Totò, nome d’ arte di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, nato a Napoli il 15 febbraio 1898 e morto a Roma. 15 il suo numero natale e di morte nella Napoli che preferisce ricordare più le date della venuta al mondo che quelle della dipartita.
15 quasi a mantenere fede al significato numerico nella smorfia Napoletana: ‘O guaglione che mantiene intatta la sua voglia di sognare.
Attore, commediografo, poeta, paroliere, sceneggiatore. È stato definito “filantropo”, lo studioso irriverente, di getto, che ha mantenuto salda la sua vocazione nel corso di tutta la sua esistenza artistica. Il ragazzo “maldicente” dall’ inizio alla fine, che faceva tremare i personaggi politici ma non solo, e che prendeva di mira con le parole.
Il “satura lanx”, il piatto misto del genere letterario di origine etimologica latina, la satira, lo serviva come fosse un cameriere attento e scrupoloso. Lo offriva non agli dei, ma all’ onor del vero nella società e come atto di denuncia verso la classe politica italiana nel suo tempo.
Fedele alla sua funzione originaria, caratterizzata dall’osservazione diretta della realtà, dei costumi, utilizzando il sermo colloquiale, molto spesso invaso da note di autobiografismo.
Non si schierò mai apertamente in politica perché come lui stesso affermava, nelle varie correnti si potevano salvare giusto “una o due cose” ed erano quelle più fortunate, il resto si poteva buttare nella pattumiera.
Insofferente al trasformismo della stessa classe politica e al cambiamento repentino di collocazione partitica di certi esponenti che definiva banderuole, oggi, ci chiediamo, come l’ avrebbe definita? Querela permettendo.
Nel libro di Franca Faldini e Goffredo Fofi “Totò, l’uomo e la maschera” edito da Feltrinelli nel 1977, vengono elencati una serie di soprannomi di famosi esponenti politici, tra gli altri già elencati:
Giovanni Gronchi era “Piede ’e Papera” la coppia Einaudi era “la Gatta e il Volpe” , Berlinguer Stanlio, Leone ‘O Paglietta, “Preti, che stangava con le tasse e affermava di vivere con poche centinaia di lire al giorno” era Panza ’e Broccoli, Emilio Colombo, sempre azzimato e studiatamente inappuntabile, Cacabene” .
Fu però anche uomo e ragazzo del suo tempo, la sua critica spesso sfociava anche in un esasperato moralismo intriso di moniti e a volte vere e proprie proibizioni. La sofferenza derivante dalla separazione con la moglie Diana Bandini Lucchesini Rogliani, viene affidata, a parole al veleno nel testo “Malafemmina“, successo portato alla ribalta da Roberto Murolo. Una sorta di Odi et amo in cui dipinge la protagonista come un’ ingannatrice malvagia e di malaffare perché fa soffrire l’ amato.
La produzione artistica che porta la firma di Totò spazia dalla filmografia di oltre 90 film, al teatro e alla musica. Nel 1955 fondò anche la casa di produzione D.D.L., con cui produsse “Il coraggio”, puntando all’autonomia artistica ma nel ventennio che va dal 1940 al 1960 furono tante le pressioni del mondo politico e le censure imposte. Certi politici che lui stesso definiva “papponi” furono interpretati nei suoi film divenendo personaggi di fantasia ma adattabili ad ogni età e periodo storico.
Il Cinismo, l’ ipocrisia, la corruzione politica, il principio del “Do ut des” partiva per lui dalla cabina elettorale. L’ invito nel famoso film ” Gli onorevoli” nel 1963, del candidato politico Antonio La Trippa, sembra riecheggiare come fosse un’ irruzione, nella sua livella cimiteriale, ad ogni anonima campagna elettorale di certe tornate, scevre di programmi e idee, ma piene solo di slogan:
“Quando sarete chiamati alle urne per compiere il vostro dovere, ricordatevi un nome solo: Antonio La Trippa. Italiano! Vota Antonio La Trippa! Italiano! Vota La Trippa!Sì, ar sugo!Quando andrete alle urne per compiere il vostro dovere votate la lista PNR, Partito Nazionale Restaurazione. Scegliete un numero solo che è tutto una garanzia, tutto un programma: 47……morto che parla!E fesso chi non sta zitto! Ma guarda che numero che mi hanno dato…”
Il cibo, elemento dominante nelle sue opere è legato ad un forte simbolismo di riscatto dalla miseria fino a tornare sempre alla stessa causa del male, la “malapolitica“. La sua era una visione disincantata: da essere gestione della cosa pubblica a favore di tutti, spesso diveniva gestione a favore dei furbi ingordi.
Celebre la famosa frase nello stesso film del ’63: “A proposito di politica ci sarebbe qualche cosarellina da mangiare?”
Un favore, concessioni, qualche appalto, fa sempre “bene” ieri come oggi. Con risata amara o senza.
Viva Totò, il Principe della Risata


