di Rosa Elenia Stravato
Dalle radici della ricerca teatrale alla creazione di una comunità senza confini con l’Odin Teatret, storia dell’uomo che ha ridefinito la presenza scenica e l’antropologia teatrale
Chi fa il teatro? Come e quando si è davanti ad un maestro? È possibile, oggi, parlare di pedagogisti della scena? A queste e ad altre domande sembra poter rispondere un uomo che incarna tutto ciò.tutti gli interrogativi, le astuzie, le ingegnosità che ruotano attorno al mondo della scena.
Nella storia dello spettacolo dal vivo del Novecento vi sono figure che non si sono limitate a dirigere spettacoli o a firmare registie memorabili, ma hanno ridefinito la sostanza stessa della pratica teatrale. Eugenio Barba rispecchia perfettamente questo profilo di maestro visionario, capace di trasformare la scena in un territorio di indagine pedagogica, antropologica ed esistenziale. La sua figura si staglia come un ponte culturale teso tra la tradizione occidentale e le arti sceniche orientali, tra la ricerca rigorosa sulla presenza fisica dell’attore e l’idea di un teatro inteso come comunità nomade, resistente e priva di confini geografici o linguistici. La formazione di Barba racchiude in sé il germe di quella che diventerà una vocazione itinerante e anticonformista.
Nato in Puglia nel 1936, lascia giovanissimo l’Italia per trasferirsi in Norvegia, dove lavora come marinaio e saldatore, prima di intraprendere gli studi universitari ad Oslo. Il momento decisivo per la sua traiettoria artistica e umana coincide con il viaggio in Polonia nei primi anni Sessanta. Qui Barba entra in contatto con Jerzy Grotowski e con il suo Teatro Laboratorio di Opole. L’incontro con il regista polacco segna indelebilmente il suo percorso: per tre anni osserva e documenta il lavoro di scomposizione e ricostruzione del training dell’attore, assimilando l’idea di un teatro scarnificato da ogni artifizio scenografico superfluo, concentrato esclusivamente sulla relazione viva ed essenziale tra l’attore e lo spettatore. Forte di questa esperienza e impossibilitato a lavorare nei contesti teatrali tradizionali, nel 1964 Barba fonda ad Oslo l’Odin Teatret insieme a un gruppo di giovani respinti dalle accademie d’arte drammatica ufficiali. Questa condizione di margine e di rifiuto iniziale si trasforma nel vero punto di forza della compagnia. Due anni dopo, la troupe si trasferisce a Holstebro, una piccola cittadina della Danimarca che offre loro sostegno e una sede operativa.
L’Odin Teatret diventa rapidamente molto più di una semplice compagnia teatrale: si trasforma in un laboratorio permanente, in una comune di lavoro e in un centro di sperimentazione dove la quotidianità del training fisico e vocale sostituisce la fretta della produzione commerciale. Il pensiero teorico di Barba si sviluppa in parallelo alla pratica di sala e trova la sua formulazione più celebre nel concetto di Antropologia Teatrale. Attraverso lo studio comparato dei principi che regolano la presenza dell’esecutore in diverse culture – dal teatro No e Kabuki giapponesi alla danza Kathakali indiana, fino alle tradizioni popolari occidentali – Barba individua l’esistenza di un livello “pre-espressivo”.
Si tratta di quell’insieme di tecniche del corpo che permettono all’attore di essere vivo e presente sulla scena prima ancora di comunicare un significato o di interpretare un personaggio. La gestione dell’equilibrio, l’uso delle opposizioni muscolari, il risparmio dell’energia e la tensione tra impulso e azione diventano il cuore di un’etica dell’attore basata sulla disciplina e sull’autoconsapevolezza corporea. La produzione artistica guidata da Barba all’interno dell’Odin Teatret riflette in modo organico questa visione teorica. Spettacoli storici come Ferai, Min Fars Hus, Brecht’s Ashes o Gospel according to Oxyrhincus non nascono da testi drammatici preesistenti drammaturgicamente chiusi, ma da un lungo processo di improvvisazione, scomposizione e montaggio di materiali eterogenei.
La drammaturgia di Barba è una drammaturgia dell’attore e degli spazi, dove la drammaturgia sonora, quella visiva e quella delle azioni fisiche si intrecciano per creare significati molteplici, lasciando allo spettatore la libertà di ricomporre la propria esperienza percettiva. Un altro pilastro fondamentale dell’esperienza di Barba e dell’Odin è la pratica del “baratto culturale”. Quando la compagnia viaggia verso comunità isolate, villaggi del Sud Italia o enclave indigene del Sud America, non si limita ad allestire spettacoli tradizionali. L’Odin offre i propri canti, le proprie danze e i propri esercizi in cambio delle manifestazioni artistiche, rituali e musicali delle popolazioni locali. Il teatro smette così di essere un prodotto di consumo culturale ed emerge come valuta di scambio interculturale, strumento di dialogo primordiale capace di abbattere le barriere linguistiche e di restituire alla pratica scenica la sua ancestrale funzione comunitaria.
Nel corso dei decenni, l’azione di Eugenio Barba ha superato i confini della regia per dare vita all’ISTA, l’International School of Theatre Anthropology, e a una vasta produzione editoriale che ha formato generazioni di studiosi e praticanti in tutto il mondo. L’esperienza dell’Odin Teatret resta uno degli esempi più nitidi e duraturi di teatro di gruppo, un’isola di resistenza poetica che ha dimostrato come la continuità della ricerca, il rigore pedagogico e il rifiuto delle omologazioni commerciali possano trasformare la scena in uno spazio di permanente scoperta dell’umano.


