di Rosa Elenia Stravato
Il Sud che non tramonta nei cliché
Nel variegato e zampillante panorama della critica letteraria del Novecento italiano, la figura di Giacinto Spagnoletti si staglia con l’autorità di un magistero intellettuale che ha saputo coniugare la finezza dell’esegesi stilistica con una profonda, viscerale partecipazione umana. Filologo del sentimento e architetto delle antologie, egli ha agito quale pontefice tra le generazioni, traghettando la sensibilità ermetica verso le istanze civili del secondo dopoguerra. Nato sotto il sole accogliente di Taranto, Spagnoletti intraprese precocemente il cammino verso i centri nevralgici della cultura nazionale. Formatosi alla scuola dei grandi maestri toscani — si pensi al magistero di Giuseppe De Robertis — egli assorbì quella lezione di rigore formale e attenzione alla “parola nuda” che avrebbe poi trasfuso nelle sue prime fatiche critiche.
La sua carriera si articolò tra l’insegnamento accademico e la collaborazione con le più prestigiose testate letterarie, ma fu nell’attività editoriale che egli espresse la sua vocazione più autentica. Egli non fu un mero spettatore delle lettere, bensì un attore instancabile, capace di scoprire talenti e di mappare territori poetici ancora inesplorati. Per Spagnoletti, il Mezzogiorno non rappresentò mai un mero dato geografico, quanto piuttosto una categoria dello spirito, una radice ontologica mai rinnegata. Nonostante il lungo soggiorno romano, il legame con la Puglia e con la “meridionalità” rimase il filtro attraverso cui osservare la realtà; interpretò la letteratura meridionale non come un’appendice regionale, ma come il fulcro di un’inquietudine universale.
Va ricordato che si deve a lui la valorizzazione di Albino Pierro, il poeta di Tursi, in cui Spagnoletti rintracciò la potenza di una lingua ancestrale capace di farsi eco di un mondo mitico e dolente. Il suo pensiero critico elude le asprezze delle ideologie precostituite. Egli teorizzò e praticò una critica dell’ascolto, volta a rintracciare il “suono” dell’anima dell’autore tra le pieghe del testo; del resto “la critica è per Spagnoletti un atto d’amore che non prescinde dal bisturi della ragione.” Egli seppe guardare oltre lo steccato dell’Ermetismo, pur essendone stato uno dei massimi esegeti, comprendendo la necessità di una letteratura che tornasse a dialogare con la storia. La sua visione era squisitamente antologica: egli credeva che la storia della letteratura fosse un organismo vivo, composto da una coralità di voci che solo il critico lungimirante ha il compito di armonizzare.
Per addentrarci nell’analisi del rapporto tra Giacinto Spagnoletti e l’Ermetismo, occorre preliminarmente definire i contorni di questa stagione letteraria, che rappresentò per lo studioso tarantino non solo un oggetto di indagine, ma una vera e propria “patria elettiva” dello spirito. Con il termine Ermetismo — coniato in accezione polemica e limitativa da Francesco Flora nel 1936 — si definisce quella corrente poetica che dominò il panorama italiano tra gli anni Venti e Quaranta, trovando il proprio epicentro a Firenze. Essa non fu un movimento organizzato con un manifesto rigido, quanto piuttosto una koiné culturale e stilistica. La poesia si fa “chiusa” (da cui il richiamo ad Ermete Trismegisto), rifuggendo la comunicazione immediata o didascalica; ricerca di un’essenzialità folgorante, dove la parola è isolata nel bianco della pagina per recuperare una purezza primigenia; il rifiuto dei nessi logici tradizionali a favore di accostamenti fulminei e suggestivi, che evocano realtà metafisiche. In reazione alla retorica magniloquente del Fascismo, gli ermetici si rifugiarono in una dimensione atemporale, prediligendo l’introspezione e l’assoluto.
Il rapporto di Spagnoletti con l’Ermetismo si presenta come un’evoluzione intellettuale che muove dall’adesione giovanile verso una rigorosa sistemazione critica. La produzione di Spagnoletti è ampissima, spaziando dalla monografia alla cura di edizioni critiche, ma tre sono i pilastri che sorreggono il suo edificio intellettuale. In questa sede occorre ricordare la celebre Antologia della poesia italiana contemporanea (1946) in cui sistematizza criticamente la stagione dell’Ermetismo, offrendo per la prima volta una sistemazione organica ai poeti del “nuovo corso”. In Storia della letteratura italiana contemporanea, l’analisi storica si sposa con la sensibilità del lettore appassionato, tracciando le linee evolutive del nostro Novecento con rara lucidità. Iconico è il lavoro su Umberto Saba e Italo Svevo in cui Spagnoletti fu tra i primi a penetrare l’universo psicologico di questi autori, mediando tra la cultura triestina e il resto della penisola. A differenza di critici puramente accademici, Spagnoletti visse l’Ermetismo dall’interno. La sua critica era permeata da una sensibilità empatica che gli permetteva di decriptare l’oscurità dei testi senza distruggerne l’aura.
Egli vedeva nell’Ermetismo non un mero gioco formale, ma una resistenza morale attuata attraverso la dignità dello stile. Con il mutare del clima culturale nel dopoguerra, Spagnoletti ebbe la lungimiranza di non rimanere prigioniero del “giardino chiuso” ermetico. Sebbene ne difendesse sempre il valore estetico, egli riconobbe i limiti di una poesia troppo distante dal corpo vivo della società. Il suo rapporto divenne dunque storicizzante: Spagnoletti fu colui che spiegò all’Italia come l’Ermetismo avesse salvato la lingua italiana dalla corruzione retorica, pur ammettendo la necessità di una nuova apertura verso il reale e il narrativo. Il contributo di Spagnoletti è stato quello di aver trasformato l’Ermetismo da “enigma per pochi” a “capitolo fondamentale della storia letteraria”. Egli ne ha saputo distillare l’essenza — la tensione verso l’ineffabile — senza mai perdere di vista la concretezza della costruzione testuale. Se l’Ermetismo è stato il “silenzio eloquente” della letteratura italiana sotto la dittatura, Spagnoletti è stato il traduttore che ha permesso a quel silenzio di parlare alle generazioni successive.


