di Rosa Elenia Stravato
“Il paese delle spose infelici” tra romanzo di formazione, mito mediterraneo e destino industriale
Nel panorama della narrativa italiana contemporanea, Mario Desiati occupa un luogo singolare: scrittore capace di dare voce al Sud senza indulgere nel folclore, di raccontare la provincia senza pietismo, di attraversare l’identità con una lingua densa, sensoriale, spesso inquieta. Prima del successo di Spatriati, Desiati aveva già tracciato una geografia emotiva potente con Il paese delle spose infelici (2008), romanzo che resta uno dei ritratti più intensi e perturbanti dell’adolescenza meridionale e del suo rapporto con il destino. Il romanzo è ambientato in un Sud immobile e abbagliante, un paese sospeso nella luce mediterranea e circondato dalle gravine: fenditure della terra che diventano subito metafora e mito. In esse, secondo una leggenda antica e crudele, si sono gettate per secoli le spose infelici. Ma l’infelicità che grava sui protagonisti di Desiati non ha più il volto arcaico del sacrificio rituale: è moderna, opaca, industriale.
È un’infelicità che non si consuma in un gesto definitivo, ma che si dilata nel tempo, insinuandosi nei corpi e nei sogni. Al centro della narrazione cresce un gruppo di ragazzi legati da un’appartenenza quasi tribale: il sudore condiviso, le partite di calcio sul campetto polveroso, le gambe ferite, il desiderio. È un’amicizia che nasce prima ancora delle parole, fatta di fisicità e di resistenza, come se il corpo fosse l’unico strumento possibile per affermare la propria esistenza. In questo microcosmo maschile irrompe Annalisa, figura magnetica e perturbante, costruita con un immaginario quasi iconico: bionda, anfibi ai piedi, calze bianche e guanti anche d’estate. Annalisa non è solo una donna desiderata: è una forza narrativa, il centro di gravità emotivo attorno a cui tutto ruota. Desiati la sottrae a qualsiasi stereotipo sentimentale. Annalisa non respinge, ma non concede davvero; accoglie gli sguardi, ma resta indecifrabile. Il suo cuore sembra battere solo per Zazà, personaggio carismatico e fragile insieme, ragazzo “senza cattiveria”, destinato a una promessa sportiva che verrà brutalmente interrotta. Zazà incarna una delle figure più struggenti del romanzo: il talento che non basta, il corpo che tradisce, l’illusione di una via di fuga che si infrange contro la realtà. E sopra tutti incombe Taranto, o meglio il suo Siderurgico, presenza muta e minacciosa che sostituisce il fato antico con una condanna moderna. Non più le gravine come luogo della fine, ma l’acciaio, il lavoro, l’aria irrespirabile. Desiati compie qui uno scarto decisivo: il Sud non è più dominato solo dal mito e dalla tradizione, ma da una modernità deformante che promette sopravvivenza e produce invece alienazione. L’infelicità non uccide più subito: consuma lentamente. La lingua del romanzo è uno dei suoi tratti più affascinanti. Ricercata ma mai artificiosa, sensuale e ruvida insieme, la prosa di Desiati alterna momenti di lirismo mediterraneo a improvvise incursioni nel realismo più crudo. I corpi sono sempre in primo piano: sudano, desiderano, si ammalano, si spezzano. È attraverso il corpo che passa la storia, ed è nel corpo che si iscrive il fallimento di un’intera generazione. Dal romanzo è stato tratto nel 2011 l’omonimo film diretto da Pippo Mezzapesa, che ha saputo tradurre in immagini l’atmosfera sospesa e dolorosa del libro.
La versione cinematografica insiste sul paesaggio, sulla luce violenta del Sud, sui silenzi più che sulle parole, restituendo con efficacia quella sensazione di attesa immobile che permea la storia. Pur con le inevitabili semplificazioni, il film conserva il nucleo tragico del romanzo: l’idea che crescere, in certi luoghi, significhi imparare molto presto il linguaggio della rinuncia. Il paese delle spose infelici è, in definitiva, un romanzo sul destino e sulla sua trasformazione. Non c’è più la tragedia classica, ma una sconfitta diffusa e quotidiana; non c’è più il salto nel vuoto, ma una vita che continua sotto una cappa di acciaio e polvere.
Mario Desiati racconta questo mondo con uno sguardo lucido e partecipe, senza assoluzioni né condanne, consegnandoci una storia che è insieme profondamente locale e radicalmente universale. Un Sud che non chiede compassione, ma ascolto.


