di Rosa Elenia Stravato
Alla scoperta di un intellettuale che ha saputo porre l’accento su Meridione con una franchezza disarmante e una lucidità autentica
Chi è un intellettuale? Un uomo capace di scuotere le coscienze attraverso paroloni o chi, invece, dona alle parole il valore sommo delle rivoluzioni concrete? Tommaso Fiore incarna in maniera inequivocabile e totalizzante l’immagine dell’intellettuale. Egli occupa un posto di rilievo nel panorama culturale italiano del Novecento, soprattutto per il contributo offerto alla riflessione sul Mezzogiorno, sulla questione meridionale e sul ruolo etico dell’intellettuale nella società.
Scrittore, filosofo, traduttore dei classici, politico e pedagogista, Fiore rappresenta una delle voci più coerenti e rigorose di quel filone di pensiero meridionalista che, lontano da ogni folclorismo o autocommiserazione, seppe coniugare analisi storica, tensione civile e impegno morale.
La formazione di Fiore si staglia all’interno di un solido umanesimo classico, che costituisce la matrice profonda di tutta la sua produzione intellettuale. Dopo gli studi liceali, si laureò in Lettere, maturando un interesse profondo per la cultura greca, in particolare per la dimensione etica e politica del pensiero antico. Il mondo classico non fu per lui un semplice repertorio erudito, bensì un orizzonte vivo, un modello di rigore morale e di responsabilità civica da porre in dialogo con la modernità .Non è casuale – dunque – che Fiore si sia distinto come raffinato traduttore di Platone, Aristotele e Tucidide: la sua opera di mediazione linguistica e culturale si configurò come un vero e proprio atto politico, volto a restituire al presente la lezione della polis, della partecipazione e della giustizia.
In questa prospettiva, la sua formazione si intreccia con il pensiero idealista e con il socialismo umanitario, pur mantenendo sempre una posizione autonoma, critica, refrattaria a dogmatismi. La sua opera è ampia e attraversa generi diversi che spaziano dalla saggistica politica, memorialistica, alla scrittura civile ed alla traduzione filosofica. Tra i testi più significativi si devono citare “Un popolo di formiche”, “Il cafone all’inferno”, “La poesia di Virgilio”, nonché numerosi interventi giornalistici e saggi dedicati alla realtà sociale del Sud.
Nello specifico, Fiore seppe rinnovare il meridionalismo sottraendolo tanto alla retorica pietistica quanto a una lettura esclusivamente economica. Al centro della sua analisi vi è la figura del cafono, simbolo di un’umanità sfruttata, esclusa dai processi decisionali, ma non priva di dignità e di intelligenza storica. La denuncia delle ingiustizie sociali si accompagna, in Fiore, a una riflessione severa sulle responsabilità delle classi dirigenti meridionali, colpevoli di aver spesso perpetuato meccanismi di subordinazione e arretratezza.
La sua scrittura, limpida e rigorosa, si distingue per una tensione etica costante: l’analisi storica non è mai disgiunta da un giudizio morale, né l’impegno politico dalla cura della forma linguistica. In questo senso, Fiore incarna una figura di intellettuale “integrale”, per il quale la cultura è strumento di emancipazione e la parola un atto di responsabilità.
Tra le peculiarità che rendono questo uomo una figura di straordinario rilievo vi è la sua coerenza morale, mantenuta anche nei momenti più difficili della storia italiana. Antifascista convinto, subì persecuzioni e arresti durante il regime, senza mai rinunciare alla propria libertà di pensiero. Dopo la caduta del fascismo, partecipò attivamente alla vita politica, aderendo al socialismo democratico e contribuendo al dibattito sulla ricostruzione morale e civile del Paese.
La sua azione politica, tuttavia, non fu mai disgiunta da una profonda vocazione pedagogica: Fiore pensava la politica come educazione delle coscienze, come processo lento e collettivo di crescita civile. In ciò risiede una delle eredità più feconde del suo pensiero, oggi particolarmente attuale in un contesto segnato da disaffezione e crisi della rappresentanza. Appare singolare, nel suo excursus, un fatto: pur essendo originario di Altamura, Fiore intrattenne un rapporto intenso e significativo con Taranto, città che, nel Novecento, divenne emblematica delle contraddizioni del Sud.
Taranto era porto strategico, centro militare e industriale, ma anche luogo di profonde disuguaglianze sociali. Questa città rappresentò per Fiore uno spazio emblematico di osservazione e riflessione, un laboratorio in cui si manifestavano, in forma acuta, le tensioni tra modernizzazione e marginalità. Si noti come nel suo modo di tratteggiare l’ex colonia della Magna Grecia non è mai ridotta a semplice oggetto di analisi sociologica, ma appare come comunità storica, depositaria di una grande tradizione mediterranea, troppo spesso tradita da scelte politiche calate dall’alto. La sua riflessione sulla città e sulla Puglia in generale contribuisce a costruire una coscienza critica del territorio, fondata sulla conoscenza storica e sulla partecipazione democratica.
La grande eredità lasciata da Tommaso Fiore consiste anzitutto in un metodo di pensiero: la capacità di coniugare cultura classica e analisi del presente, rigore intellettuale e passione civile, radicamento territoriale e apertura universale. In un’epoca segnata da semplificazioni ideologiche, Fiore insegna il valore della complessità e della responsabilità morale dell’intellettuale. La sua opera continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia comprendere non solo la storia del Mezzogiorno, ma anche il senso più profondo dell’impegno culturale come forma di giustizia. In questo senso, Tommaso Fiore non appartiene soltanto alla storia della Puglia o di Taranto, ma alla tradizione più alta del pensiero civile italiano, di cui resta una delle voci più limpide e rigorose.


