Di Rosa Elenia Stravato
Potere, coscienza e misericordia nel crepuscolo di un uomo e delle istituzioni: il nuovo film di Paolo Sorrentino pone lo spettatore davanti ad una scelta spodestante
Quando si racconta il cinema italiano, d’impeto, dopo i mostri sacri del passato come Fellini, Rossellini, Pasolini; si nomina Paolo Sorrentino. Un cinema evocativo, dissacrante e sacralissimo al contempo; iconico, voluttuoso. Un cinema che mostra la vita come se fossero flutti di mari in perenne tempesta. Sul finire del 2025, il cineasta napoletano ha lanciato un nuovo lavoro. Un progetto ambizioso che restituisce, per chi non dovesse conoscerlo, l’animus del poeta della cinepresa.
Il cinema di Paolo Sorrentino si configura come un corpus autoriale di straordinaria coerenza stilistica e tematica, nel quale biografia personale, formazione culturale e una peculiare lettura della realtà convergono in una poetica immediatamente riconoscibile. Nato a Napoli nel 1970, Sorrentino cresce in una città che diventa matrice estetica e simbolica del suo immaginario: un luogo segnato da stratificazioni storiche, da un persistente senso del sacro e da una convivenza costante di splendore e decadenza. Questa dialettica, profondamente napoletana, attraversa l’intera sua filmografia e si traduce in una visione del mondo sospesa tra malinconia e ironia, tra contemplazione metafisica e disincanto.
La formazione di Sorrentino non è accademica in senso stretto, ma si nutre di un’intensa cinefilia e di un rapporto precoce e quasi ossessivo con la scrittura. Prima di affermarsi come regista, egli matura come sceneggiatore, affinando una lingua cinematografica fondata su dialoghi aforistici, su una costruzione musicale della parola e su una narrazione che privilegia l’atmosfera e la riflessione rispetto al puro sviluppo causale dell’intreccio. Centrale è anche il debito nei confronti del cinema di Federico Fellini, non tanto come modello da imitare, quanto come orizzonte simbolico: il gusto per il grottesco, l’attrazione per il barocco visivo e l’uso della memoria come dispositivo narrativo rivelano una filiazione consapevole, rielaborata in chiave contemporanea.
Il modo in cui Sorrentino legge la realtà è profondamente anti-naturalistico. I suoi film non aspirano a riprodurre il reale, ma a trasfigurarne l’essenza, isolando figure, gesti e spazi in una dimensione quasi astratta. I personaggi — spesso uomini maturi, potenti, soli e disillusi — incarnano una crisi esistenziale che è al tempo stesso individuale e collettiva: politici, artisti, ecclesiastici e intellettuali diventano emblemi di un’umanità stanca, incapace di credere pienamente nei valori che pure amministra o rappresenta. In questo senso, opere come Il divo, La grande bellezza o Loro non sono semplici ritratti di figure o ambienti specifici, ma meditazioni sulla vacuità del potere, sul tempo che corrode ogni ambizione e sulla nostalgia di una bellezza perduta.
Sul piano formale, il cinema sorrentiniano si distingue per un rigoroso controllo dell’immagine e del suono. Il movimento di macchina, spesso virtuosistico, non è mai gratuito, ma funzionale a una messa in scena che tende alla monumentalità e alla sospensione. La colonna sonora, che alterna musica colta e brani contemporanei, contribuisce a creare un cortocircuito temporale ed emotivo, rafforzando la percezione di un mondo in cui passato e presente coesistono in modo irrisolto.
La collaborazione ricorrente con attori come Toni Servillo consolida ulteriormente questa poetica, offrendo corpi e volti capaci di incarnare una recitazione al tempo stesso ieratica e profondamente umana. L’ultimo lavoro è, potremmo dire, la summa dei mille Sorrentino che lo hanno condotto a oggi: La grazia è il film del 2025 ideato, scritto, diretto e co-prodotto da Paolo Sorrentino, che torna a collaborare per la settima volta con Toni Servillo, suo interprete prediletto, affiancato in questa occasione da Anna Ferzetti e Massimo Venturiello.
L’opera è stata scelta come film d’apertura dell’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove è stata presentata il 27 agosto 2025 e candidata al Leone d’oro, confermando il prestigio e l’attesa che accompagnano ogni nuovo lavoro del regista napoletano. Al centro della narrazione si staglia la figura di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana giunto ormai al crepuscolo del proprio mandato e della propria esistenza.
Uomo anziano, vedovo, già insigne giurista e profondamente radicato nella fede cattolica, De Santis si trova costretto ad affrontare due scelte estreme, cariche di implicazioni morali, giuridiche e spirituali. Da un lato, la possibilità di concedere la grazia a due individui responsabili di un omicidio avvenuto in circostanze che potrebbero attenuarne la colpa; dall’altro, la decisione se promulgare una controversa legge sull’eutanasia.
Attraverso questi dilemmi, il film indaga il peso della responsabilità istituzionale e il conflitto interiore di un uomo chiamato a mediare, fino all’ultimo, tra coscienza personale, fede e ragion di Stato. Risulta evidente che il cinema di Paolo Sorrentino si manifesta come un esercizio costante di interrogazione sul senso dell’esistenza e sul ruolo dell’individuo all’interno delle strutture del potere e della storia.
Attraverso una forma altamente stilizzata e un linguaggio denso di simboli, il regista costruisce un cinema che non pretende di fornire risposte, ma di aprire spazi di riflessione, invitando lo spettatore a confrontarsi con il vuoto, la bellezza e il mistero che abitano la realtà contemporanea.


