Di Rosa Elenia Stravato
L’esordio alla regia cinematografica di Damiano Micheletto e l’interpretazione autentica di Michele Riondino ci raccontano il mondo attorno al Maestro Vivaldi
Antonio Vivaldi occupa, nell’immaginario musicale occidentale, una posizione ambigua ma anche feconda. La sua vita? Un film a tutto sesto: sacerdote per necessità più che per vocazione, genio riconosciuto e al contempo costantemente in bilico fra consacrazione e marginalità, egli incarna una modernità inquieta che si palesa tanto nella scrittura musicale quanto nella sua biografia irregolare. La sua musica, spesso ridotta a emblema di un barocco luminoso e ornamentale, custodisce in realtà un nucleo febbrile, una tensione espressiva che nasce dal conflitto fra disciplina e slancio, fra istituzione e desiderio.
È precisamente in questa frattura che si inserisce Primavera, film drammatico del 2025 co-scritto e diretto da Damiano Michieletto, al suo esordio nella regia cinematografica, ispirato al romanzo Stabat Mater (2009) di Tiziano Scarpa. Un cast eccezionale: Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè e Stefano Accorsi. Ambientato nella Venezia del 1716, il film prende le mosse da un luogo simbolico e reale al tempo stesso: l’Ospedale della Pietà, istituzione che accoglie orfane e fanciulle abbandonate, offrendo loro un’istruzione musicale di altissimo livello.
In questo spazio, che è insieme rifugio e prigione, si forma Cecilia, interpretata con intensa misura da Tecla Insolia: giovane violinista la cui identità si costruisce interamente nella relazione con lo strumento, non come mezzo di ascesa sociale o di riconoscimento pubblico, bensì come necessità interiore, come linguaggio irriducibile del sé. Cecilia è figura emblematica di una soggettività femminile costretta entro dispositivi economici e simbolici che ne mercificano il talento: le musiciste, invisibili dietro una grata durante le esibizioni pubbliche, sono valorizzate solo in quanto capaci di generare profitto, prima attraverso la musica, poi attraverso un matrimonio che sancirà la fine definitiva di ogni pratica artistica.
È in questo scenario che irrompe la figura di Antonio Vivaldi, affidata all’interpretazione acuta e stratificata di Michele Riondino. Il suo Vivaldi è un uomo malato, già segnato dalla caduta in disgrazia, ma ancora dotato di una forza carismatica capace di scuotere tanto il pubblico quanto le giovani musiciste affidate alla sua guida.
Michele Riondino ci dona un personaggio tutt’altro che monumentale. Il compositore veneziano appare fragile, contraddittorio, sensibile al plauso e alle opportunità che il mondo esterno continua a offrirgli in quanto uomo, mentre alle ragazze restano precluse; questa asimmetria non viene mai esibita in modo didascalico, ma attraversa sottilmente ogni gesto, ogni scambio, rendendo la relazione fra Vivaldi e Cecilia una dialettica complessa di riconoscimento e distanza.
Michieletto costruisce il film proprio su questa comunicazione musicale irresistibile che avvicina i due protagonisti. È una costruzione che – certamente- risente della forma mentis teatrale del regista. Vivaldi riconosce in Cecilia un talento affine al proprio, una passione assoluta che trascende la funzione spettacolare della musica. Tuttavia, se per lui la musica è anche strumento di affermazione e sopravvivenza sociale, per Cecilia essa è esclusivamente voce interiore, atto di resistenza.
Non è casuale che la prima composizione affidata alle ragazze si intitoli La follia: nella musica vivaldiana, come il film suggerisce con finezza, si annida un elemento pericoloso, una carica sovversiva che risveglia nelle giovani musiciste una rabbia a lungo repressa, la consapevolezza di una condizione di subordinazione strutturale. Primavera mette al centro, con rara coerenza, una coralità femminile che non si limita a fare da sfondo al genio maschile, ma ne interroga i limiti e le responsabilità. Le donne dell’Ospedale della Pietà non sono muse silenziose: sono soggetti storici, portatrici di desiderio, di frustrazione, di una creatività destinata a essere soffocata. La celebre frase pronunciata da Cecilia — «State rovinando la nostra pace» — rivolta a Vivaldi, sintetizza con lucidità il paradosso della musica: forza che consola e insieme destabilizza, che illumina e ferisce. In questo senso, gli strumenti affidati alle ragazze diventano davvero, come suggerisce il film, strumenti per “maledire” la loro stessa condizione.
Il commento musicale, elemento strutturale del racconto, accompagna e talvolta contrappunta l’azione, mostrando la genesi de Le quattro stagioni, concepite proprio negli anni in cui la vicenda è ambientata. La musica non illustra semplicemente le immagini, ma le interroga, le contraddice, le espone a una tensione ulteriore. Emblematica, in tal senso, è la scena di ballo fra nobildonne e nobiluomini truccati e parruccati: una coreografia grottesca, primordiale, che svela il volto caricaturale di un ordine sociale apparentemente armonico. La regia di Michieletto, forte di una profonda conoscenza del linguaggio musicale e teatrale, riesce nell’impresa non scontata di realizzare un film colto e al tempo stesso accessibile, classico nella forma ma attraversato da una sensibilità contemporanea.
La sceneggiatura, scritta insieme a Ludovica Rampoldi, evita con intelligenza ogni anacronismo ideologico tanto che il passato non viene piegato alle categorie del presente, eppure il discorso sull’ingiustizia della condizione femminile emerge con chiarezza, come dato strutturale e non come sovrascrittura morale. Una riflessione che, quindi, non si legge tra le righe ma si comporta come storia scritta ed esperita, dunque, fondamentalmente come monito per i posteri. Presentato in anteprima mondiale nella sezione Special Presentations del 50° Toronto International Film Festival il 6 settembre 2025, Primavera si impone così come un’opera di notevole rigore e sensibilità, capace di rileggere una figura centrale della storia della musica attraverso uno sguardo che privilegia le voci marginali, in particolare quelle femminili. Nel dialogo fra Cecilia e Vivaldi — magnificamente incarnato dalla prova misurata e penetrante di Michele Riondino — il film trova il suo nucleo più autentico: non la celebrazione del genio, ma l’ascolto delle sue risonanze, delle fratture che esso produce nei corpi e nelle vite di chi ne viene toccato.


