“Non è solo una crisi industriale, ma una questione nazionale e geopolitica”
Le imprese dell’indotto siderurgico di Taranto, che occupano oltre 4.500 lavoratori, hanno sostenuto per quasi un decennio la sopravvivenza dello stabilimento, assorbendo crisi gravissime, tra cui la perdita di 150 milioni di euro di crediti nel 2015. Oggi, però, il sistema è arrivato al limite: senza un intervento immediato e strutturale, il rischio di default operativo viene definito concreto e imminente.
A pesare è soprattutto l’incertezza che ha caratterizzato gli ultimi anni. Il continuo susseguirsi di ipotesi di vendita, rinvii e cambi di scenario ha prodotto sfiducia nel sistema bancario, paralisi degli investimenti e un indebolimento ormai definito irreversibile dell’indotto.
Secondo AEPI e AIGI, l’ex Ilva rappresenta una questione nazionale, strategica e geopolitica. Per questo lo Stato deve assumere un ruolo centrale e diretto: una crisi industriale di questa portata non può essere lasciata all’incertezza del mercato né scaricata sulle tensioni del territorio.
Il rilancio, spiegano le associazioni, è possibile solo a precise condizioni. Servono stabilità normativa e industriale, il ripristino della piena capacità produttiva e una reale integrazione tra acciaieria e indotto. In assenza di queste premesse, qualsiasi piano è destinato a fallire.
Nel dettaglio, le proposte operative considerate non rinviabili partono dalla richiesta di una legge speciale per Taranto, una norma straordinaria in grado di rendere il piano industriale stabile e inattaccabile e di garantire certezza giuridica a investitori e banche. A questa si affianca la creazione immediata di una società mista pubblico–privata a guida statale, con una presenza determinante dello Stato attraverso Invitalia, la partecipazione di operatori industriali e il coinvolgimento, anche simbolico, del territorio.
Altro punto centrale è la ripartenza della produzione. “Senza economia non c’è transizione”, si sottolinea: un impianto fermo non è sostenibile né sul piano ambientale né su quello sociale. Da qui la richiesta di riattivare gli impianti per garantire sostenibilità economica e di superare la gestione emergenziale basata sulla liquidità mensile.
La transizione ecologica deve essere realistica: senza produzione, non esiste transizione. AEPI e AIGI chiedono quindi una decarbonizzazione graduale e sostenibile, senza accelerazioni che possano distruggere la base industriale, e con una chiara difesa dell’occupazione durante tutto il percorso.
Le associazioni ribadiscono inoltre la necessità di una conferma integrale del piano industriale, ritenendo inaccettabile qualsiasi passo indietro. Il riferimento è a una struttura produttiva basata su tre forni elettrici e tre impianti DRI, senza riduzioni né ipotesi di delocalizzazione. Fondamentale anche il tema energetico. Viene proposta l’introduzione di una nave rigassificatrice come soluzione ponte per ridurre i costi energetici e rendere sostenibile la trasformazione industriale.
Un altro nodo riguarda lo sviluppo della filiera locale. Secondo AEPI e AIGI, è necessario superare le inefficienze attuali e garantire che l’acciaio prodotto a Taranto venga lavorato nello stesso territorio, attraverso una politica industriale capace di valorizzare il sistema locale. Nel frattempo, il rischio sociale viene descritto come già in atto. Le prime procedure di licenziamento rappresentano solo l’inizio di uno scenario che, senza interventi immediati, potrebbe portare a fallimenti a catena, perdita massiva di posti di lavoro ed esplosione della tensione sociale.
Per questo, sottolineano le associazioni, la scelta è immediata e non più rinviabile: il Paese deve decidere se salvare e trasformare il più grande polo siderurgico d’Europa oppure assistere alla sua dismissione, con costi economici e sociali definiti irreversibili. La posizione di AEPI e AIGI viene infine ribadita come chiara e non negoziabile: nessun arretramento sul piano industriale, nessuna ambiguità sul ruolo dello Stato e nessun compromesso al ribasso sul futuro produttivo.


