Per i sindacati il continuo avvicendamento alla direzione dimostra come l’azienda sia in allo sbando e in confusione
Ennesimo cambio alla direzione dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d’Italia, ex Ilva. Da oggi Vincenzo Dimastromatteo torna a guidare la fabbrica più grande del gruppo con 8.200 dipendenti. Dimastromatteo, tarantino, è già stato direttore per poco più di un anno, aprile 2021-agosto 2022, prima di essere assegnato ad altro incarico in fabbrica. Col ritorno di Dimastromatteo, lascia la direzione del siderurgico Salvatore Del Vecchio. Insediato l’1 febbraio scorso, Del Vecchio, già in forza all’Ilva con la gestione Riva, aveva preso il posto di Alessandro Labile, che, nominato direttore di stabilimento ad agosto 2022, è poi tornato a dirigere l’area Ambiente e Sicurezza della fabbrica. Labile, a sua volta, aveva sostituito al vertice Dimastromatteo, arrivato in Acciaierie d’Italia ad aprile 2021. In precedenza, Dimastromatteo era stato col gruppo Arvedi e prima ancora all’Ilva con la gestione Riva. Dimastromatteo ha già avuto le prime riunioni con i capi dello stabilimento.
Negli ultimi mesi il siderurgico ha vissuto vero e proprio esodo di manager e consulenti. Andati via per loro scelta, oppure mandati via. Forse non è numericamente paragonabile all’esodo che volle Mittal a gennaio 2020, quando fece rientrare tutti coloro (in gran parte stranieri) che aveva fatto arrivare a Taranto con la presa in gestione del gruppo (1 novembre 2018), ma è egualmente significativo in quanto ha investito diverse posizioni chiave. É andato via Marcello Sorrentino, che è stato direttore generale per 8 mesi (proveniva da Fincantieri). Stessa cosa per Pietro Golini, che da marzo ha lasciato le Relazioni industriali a Luca Lonoce, e per i consulenti. Tra questi, Salvatore De Felice, già direttore dell’area ghisa e, per un breve periodo, anche dello stabilimento. De Felice, diventato poi consulente, è stato allontanato da AdI, richiamato nell’estate 2022 (quando c’era il problema dell’altoforno 2 che non ripartiva) e a fine febbraio nuovamente mandato via. E prima di questi manager, era andato via il capo delle acciaierie, Giovanni Donvito, che ora dirige lo stabilimento Thy Marcinelle del gruppo Riva.
Dato di rilievo, però, è che nel giro di qualche anno il siderurgico ha più volte cambiato guida. Per restare agli ultimi nomi, Loris Pascucci, che in AdI ora ha un altro incarico, Vincenzo Dimastromatteo, Alessandro Labile, Salvatore Del Vecchio e ora di nuovo Dimastromatteo.
Per i sindacati, il continuo avvicendamento alla direzione dimostra la situazione molto particolare che da tempo vive l’ex Ilva: c’è “grande confusione” e l’azienda “è allo sbando”. Peraltro, i cambi al vertice si inseriscono in uno scenario che vede in tensione tra loro il socio privato Mittal e quello pubblico Invitalia sia in Acciaierie d’Italia (le percentuali sono, rispettivamente, 62 e 38 per cento), che nei rapporti tra la parte privata di AdI e la società Dri d’Italia. Quest’ultima, tutta pubblica (fa capo a Invitalia), è la società che, con un miliardo del Pnrr, dovrà costruire l’impianto del preridotto di ferro da mettere a servizio della decarbonizzazione e dei forni elettrici dello stabilimento di Taranto per una produzione di acciaio meno impattante ambientalmente.
La situazione è delicata tant’è che nelle ultime ore il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha ribadito che “agli azionisti abbiamo chiesto un piano industriale confacente alle ambizioni del nostro paese e alla possibilità di realizzare a Taranto la più grande acciaieria green d’Europa. Noi assumeremo le nostre decisioni nei prossimi giorni”. L’ultimo decreto legge, quello sugli impianti strategici, consente infatti allo Stato di convertire in capitale i 680 milioni già erogati ad Acciaierie d’Italia da Invitalia per salire in maggioranza nella società (60 per cento). (AGI)


