di Erasmo Venosi
Politica e riserve monetarie. La premier, con l’emendamento Malan, presentato in sede di approvazione della Legge di Bilancio, mira al colle più alto delle istituzioni repubblicane. Prove tecniche di riforma presidenziale
Un evento che è difficile commentare e che vede come protagonisti la Presidente del Consiglio, la maggioranza che la sostiene, la Banca d’Italia e le elezioni politiche del 2027. E perché no, l’elezione del Presidente della Repubblica del 2029. L’evento : un emendamento alla legge di bilancio presentato dal senatore di Fratelli d’Italia Malan “Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo Italiano”.
La questione è storicamente segnata e attraversa trasversalmente le formazioni politiche. La Banca d’Italia, istituita nel 1893 dalla fusione di Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d’Italia e dalla liquidazione della Banca Romana in seguito al famoso scandalo.
La moneta del Regno piemontese aveva pochissime riserve auree. Con l’annessione del Sud viene ricostituita una massa di riserve tale da poter emettere molta nuova moneta. Infatti, il Banco di Napoli e il Banco delle Due Sicilie disponevano di una quantità ingente di riserve auree. Nel 1926 la Banca d’Italia ottiene l’esclusiva sull’emissione della moneta.
La Banca d’Italia nasce 1936 attraverso la trasformazione in Istituto di diritto pubblico e le viene affidato il compito di vigilare sulle banche. Gli azionisti espropriati delle loro quote che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica. L’entrata in UE costringe l’Italia a riformare il settore pubblico, quindi anche la Banca d’Italia, che aveva come maggiori partecipanti al capitale il Credito Italiano e la Banca Commerciale italiana le quali insieme al Banco di Roma erano banche di interesse nazionale (BIN) controllate dall’ IRI.
Nel 2005 fu approvata una legge dal governo Berlusconi la 262, che dispose che entro il 2008 le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in mano a imprese private passassero allo Stato. Con il governo Prodi del 2006 tale disposizione viene ignorata e viene adottato un provvedimento firmato anche da Napolitano d’ ordine opposto che cambia l’articolo tre dello statuto della Banca di Italia e dove viene eliminata l’ultima norma che prevedeva almeno formalmente la presenza dello Stato in Bankitalia.
Il capitale sociale della Banca d’Italia era quello del 1936 espresso in euro e pari, a 156 mila. Nel 2013, con decreto legge, si autorizza la Banca d’Italia ad aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie all’importo di euro 7.500.000.000. Il capitale, a seguito dell’aumento, è rappresentato da quote nominative di partecipazione di nuova emissione di euro 25mila ciascuna, in precedenza 0,52 euro. Opinione diffusa che la rivalutazione rappresentava un regalo verso le banche private che detenevano le quote.
Oggi sono 62 gli enti che partecipano al capitale sociale. Tra questi vi sono Intesa Sanpaolo, Unicredit, Assicurazioni Generali, e altre banche ed enti come l’Inps e l’Inail. La gestione della Banca d’Italia spetta esclusivamente allo Stato e al Parlamento italiano.
Un vantaggio per i partecipanti risiede nel fatto che la Banca d’Italia distribuisce dei dividendi in misura proporzionale alle proprie riserve. Possono arrivare a un massimo di 450 milioni di euro. L’emendamento Malan mira a prendere l’oro di Bankitalia che è degli azionisti. Durante il Governo Conte nel 2019 si dibatte su un disegno di legge, di iniziativa parlamentare, che prescrive il trasferimento delle quote di Bankitalia dalle banche azioniste al Tesoro. Prima firmataria, Giorgia Meloni ed è una riedizione di una uguale proposta di tre anni prima dei Fratelli d’Italia. La relatrice era Francesca Anna Ruggiero del Movimento 5 stelle. Anche la Lega presentò un disegno di legge uguale firmata da Borghi, grande critico della Bce e dell’euro.
A un certo punto il governo Conte blocca tutto. Meloni vuole trasferire il capitale dalle banche private, che ne sono azioniste, al ministero dell’Economia. È chiaro fin da subito. Nel 2018 anche Beppe Grillo si chiede perché nemmeno un grammo delle 2.452 tonnellate d’oro di Banca d’Italia sia stato messo in vendita contrariamente a quanto fatto da altri Paesi: qualcuno ha ceduto addirittura il 60% delle proprie riserve.
Oggi quell’oro vale quasi 284 miliardi di euro. Sarebbe giusto anche farsi restituire dalla Germania le 117 tonnellate di oro rubate dai nazisti nel 1944. La Meloni continua a dire che “l’oro è del popolo non dei banchieri” e con quell’oro tra 19 mesi potrebbe incidere fortemente sulle politiche e automaticamente sulla elezione per il Quirinale.



