Il sindaco di Taranto e il rapporto con un certo giornalismo. Sembra di sentire il suo predecessore. L’idea è originale, persino suggestiva. Se le cose vanno male in città è colpa dell’informazione. Quella libera. Quella democratica. Quella che pone domande scomode. Andiamo bene
I limiti della politica, di gestioni amministrative guaste, precarie, vanno ricercati in certa stampa un po’ così. In una certa informazione. In certi esercizi del diritto di critica. In certa cronaca che si racconta indagandola. E’ la seconda volta, in pochi giorni, che il sindaco di Taranto avverte la necessità di restituire questo messaggio. Questa sua convinzione ammonitrice. Questo divide et impera tra giornalismo amico, gli scendiletto che impugnano un microfono qualsiasi, specie ormai maggioritaria per una professione in rapida dissoluzione, e giornalismo geloso della propria funzione democratica. Non ostaggio della parola negata. Che mantiene lo sguardo in un mondo sempre più rassegnato nell’abbassare la testa. Lo aveva fatto in una recente conferenza stampa, tenutasi nella sede della Confcommercio. E’ ritornato sul tema ieri, nell’intervista concessa a CosmoPolis, in Consiglio comunale.
Un atteggiamento, quello del primo cittadino, che tradisce nervosismo. Debolezza. Un’insicurezza dettata dalla complessità del ruolo esercitato. Facile, persino ovvio, prendersela con il giornalismo quando le cose non vanno bene. Quando la città è ferma, senza sogni. Quando il calo demografico aggredisce il futuro e si mangia il presente. Quando sul dossier Ilva si cambia posizione un giorno sì e l’altro pure. Quando il lutto cittadino per l’omicidio di un giovane lavoratore, annoverato tra gli “ultimi” di una storia dell’umanità che indietreggia non sapendo più avanzare, lo proclama Lecce e non Taranto. Quando si affidano incarichi, poi revocati in tutta fretta, a sgraziati “cuor di leone”. A disturbatori seriali. Quando l’inciucio tra sinistra e destra, raccontato e anticipato da certa stampa, segna la sconfitta della dialettica democratica. Della diversità programmatica, dei valori che rivendicano una propria idea di comunità. Quando il progetto diviene esercizio negletto.
Sindaco, dopo soli dodici mesi dall’avvio del suo mandato, facciamo fatica nel riconoscerla. E’ come se parlasse la stessa lingua del suo predecessore. Lo stesso astio. Il medesimo fastidio. Un’eguale allergia per il dissenso. Non c’è niente di personale, si figuri. Apparteniamo, semplicemente, a mondi diversi. Siamo linee parallele proiettate verso punti convergenti. Fossi in lei guarderei con interesse a certa stampa. Da quell’altra, nessun suggerimento potrà pervenirle. Alcun pungolo per il bene della nostra Taranto. Quegli altri somigliano a certi pescatori d’alta montagna.


