Cosa attendersi nel nuovo anno per Taranto? Una città meno votata all’ordine costituito. Più dissacrante. Coraggiosa. Lontana dalla ruffianeria contagiosa dei modesti. Proprio come ci suggerisce una massima di Nietzsche
Più coraggio dissacrante. Più azioni che sovvertano l’ordine costituito. Più distruzioni creatrici. Nel futuro prossimo di Taranto, non c’è spazio per il passo sicuro delle ovvietà. Per le certezze omologanti. Per le ricomposizioni di facciate. Quella jonica è città cerniera tra mondi desiderosi di passarsi il testimone, attraversandosi a vicenda. Temporalità lenta di un tempo veloce, che fatica a riconoscere i distinguo. Che consuma storia senza la grazia del dubbio. La sua modernità industriale è un’Ilva che non sia l’Ilva vista sinora. Una fabbrica schiava del padrone di turno che viola, sistematicamente, i diritti. E mercifica il dolore. Ieri l’imprenditore bresciano; oggi lo Stato italiano; domani, forse, un fondo sovrano a stelle e strisce. Cambia tutto perché non cambi niente.
La sua modernità politica è merito non soverchiato dal bisogno. Una sorta di artificio scientifico per accontentarsi, farsi bastare la modestia che passa il convento. La sua modernità privata è un’imprenditoria meno lagnona, che allunga la mano e ritira il pudore. Subappaltata nell’animo prima che negli affari. La sua modernità culturale è autonomia del sapere; e orizzonti conoscitivi non schiacciati su rovinosi provincialismi. Un’informazione che non si lasci convocare dal potente di turno, o sedicente tale, in alberghi cittadini con la scusa degli auguri di Natale. E il proposito di tracciare i bravi (e i buoni) e tacciare i cattivi (e i brutti). I primi desistono dalla propria funzione di contropotere per qualche obolo; i secondi resistono con la solitudine, si spera, dei numeri primi.
Immaginare la Taranto del nuovo anno come una realtà diversa, meno ruffiana, più irregolare, è possibile senza scadere nel romanticismo impenitente? Nietzsche sosteneva quanto soddisfacente fosse appartenere alla periferia che si sta innalzando piuttosto che deperire, lentamente, in un centro prossimo a crollare. Il suo pessimismo ottimistico è anche il nostro.


