Le critiche a Gianni Liviano per come conduce i lavori in Consiglio comunale. Dalla minoranza. Nelle riunioni di maggioranza. Davvero ingenerose per chi, nel suo sacerdozio laico, si propone di abitare la pace. E siede nelle istituzioni, ininterrottamente, da soli trent’anni
Votato all’unanimità come presidente del Consiglio comunale. Criticato dalle minoranza – e nelle riunioni di maggioranza, tenute nei giorni scorsi – per come conduce i lavori in Consiglio comunale. Per come distribuisce le mozioni nelle discussioni in Aula. Trasformate, molto spesso, in e-mozioni partigiane. Nel sincretismo buonista di certo catto-comunismo intransigente. Fenomenologia di Gianni Liviano: il “pace e martello” della politica tarantina. Colui che siede nelle istituzioni, con ruoli e incarichi diversi, ininterrottamente da trent’anni. Colui che durò come assessore regionale alla Cultura – e al Turismo – tre mesi, sfidando la velocità della luce. Colui che avrebbe voluto fare il sindaco di Taranto, ma la città (ingrata) non seppe capirlo.
Il nuovo che avanza. La buona novella cantata da Fabrizio De Andrè. Perché la politica è missione, impegno a tempo, una stagione della propria vita, e non un mestiere. Una professione al pari di altre. E’ trascorso appena un anno dal suo insediamento, ma sembra un’eternità. Un tempo interminabile. Il consenso bipartisan ricevuto in dote, solo dodici mesi va, sembra già essere svanito. Sciolto dalle temperature roventi di questi giorni. Tant’è che in città si sprecano, ormai, le comparazioni e i sillogismi da Palazzo: se Bitetti rischia seriamente di far rimpiangere Melucci, Liviano ci sta già facendo rimpiangere Abbate. Il passato deludente, equivoco, preferito al presente impalpabile. Vox populi.
Tenta di abitare la pace Liviano, ma sembra dimenticarsi come si abita un’assemblea. Come si organizza una seduta consiliare. Come si è terzi integranti più che terzo integrato, secondo la nota formula di Norberto Bobbio. All’unanimità Liviano. L’io collettivo di una politica che aggreghi gli altri perché si torni sempre – e comunque – da me. Cioè: da lui. Da un terzo di secolo.


