giovedì 20 Giugno 24

Riconsideriamo il SIN-daco

Il CIS (che non esiste più). Il SIN (che si vorrebbe riperimetrare). Potere dell’acronimo. A Taranto sono state realizzate appena l’8% delle opere di bonifica. Vergogna. E qualcuno, utilizzando paginoni di giornali, parla di rinascita culturale della città. Siamo, ormai, a “1984”: il romanzo distopico di George Orwell

Tutto è SIN-dacabile a Taranto. Tutto e il contrario di tutto. A cominciare dalle aree SIN – Sito d’Interesse Nazionale. Luoghi a lungo compromessi dal penalizzante rapporto tra ambiente e produzione industriale. Schiacciati nella morsa antimoderna di un lavoro che confligge con la salute pubblica. In Italia, dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 152/06, sono state individuati 41 siti di questo genere. Quello del capoluogo jonico, con i suoi 11.389 ettari, è il settimo più esteso del Paese. E, aspetto assai poco entusiasmante, tra quelli con la più bassa percentuale d’interventi di bonifica realizzati. Appena l’8% per suolo (e sottosuolo); solo il 7% delle acque sotterranee. Un’inezia che certifica, qualora qualcuno nutrisse ancora dubbi in tal senso, la loquace inconcludenza del nostro ceto politico. L’assoluta inadeguatezza delle classi dirigenti. Quelle locali e, nondimeno, quelle di stanza a Roma. Sin locura no hay felicidad, non c’è felicità senza follia, declamavano i poeti surrealisti spagnoli. E il SIN di Taranto, assieme al CIS (Contratto Istituzionale di Sviluppo), testimoniano quanto follia alberghi a queste latitudini. Una follia deprimente, caliginosa, altro che felice. Dopo l’acronimo, insomma, c’è poco altro ancora.

Il CIS è naufragato negli scorsi anni. Su un balcone spiaggiato negli uffici della prefettura. Dallo stesso, poi, furono stralciate le opere di bonifica del Mar Piccolo. Cioè: della porzione di territorio più bella e compromessa. Vero senatore, Turco? Il fu Mattia Pascal. Pardon: il fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Tarantino nella Taranto che non supera percentuali da prefisso telefonico nelle attività di bonifica. Dopo il CIS adesso il SIN. Dopo l’albergo a Cinque Stelle s’intravede all’orizzonte l’Amerigo Melucci. Per il sindaco è arrivato il momento delle decisioni nette. “Qualora le aree produttive – ha sottolineato – fossero realmente compromesse servirebbero non meno di 5 miliardi di euro per le bonifiche. In caso contrario, meglio lavorare all’esclusione di quasi metà del SIN”. Di una parte della rada di Mar Grande, forse? Dei terreni della Salina Grande, per caso? Lo sapremo solo vivendo. Nel Paese dove tutto è SIN-dacabile. Ma proprio tutto.

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