Intervista a Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo. “Non si confonda il riformismo con il compromesso a tutti i costi”. Il referendum sulla giustizia? “Il PD abbandoni la polarizzazione radicale e assecondi il pluralismo delle società aperte”. L’Ilva di Taranto? “Dignità umana e futuro sono le due facce di una stessa medaglia”
Nell’epoca della geopolitica che ridisegna confini nazionali e diritti democratici, che credevamo acquisiti per sempre, quale contributo potrà essere fornito dall’Europa negli anni a venire?
Molto dipenderà dalla forza con la quale l’Europa è decisa ad accelerare il processo di integrazione, a sostenere la propria indipendenza in termini di sicurezza e difesa, a rafforzare il proprio mercato comune e la propria capacità industriale e tecnologica. Senza questi strumenti, sarà condannata al declino e alla marginalità. Gli europei hanno bisogno dell’Europa, il mondo ha bisogno dell’Europa, questa epoca segnata dal prevalere della forza sul diritto e sulla convivenza pacifica ha bisogno dell’Europa. È l’unica realtà che può spezzare la tenaglia tra regimi e autarchie da una parte e destra americana dall’altra. Per farlo deve smetterla di guardarsi l’ombelico e riconquistare il proprio posto nel mondo.
Lei ha dichiarato di recente che la linea comunicativa del Pd sul referendum è insultante e svilente. Non la manda certo a dire…
Credo che i democratici, per svolgere appieno la propria funzione, debbano rifiutare la polarizzazione radicale che sta compromettendo da almeno un decennio il confronto democratico e il pluralismo delle società aperte. Vale anche per questo referendum, che vede nei due schieramenti una comunicazione che svilisce il merito e asseconda lo scontro tra tifoserie. Utilizzare le immagini degli scontri di Torino o dei raduni di Acca Larentia per sostenere la propria posizione è una ferita che determina solo disaffezione al voto e distanza dalla politica. Alla lunga, è sempre la destra a guadagnarci.
Perché la sinistra italiana, nonostante l’inflazione parolaia che contraddistingue il concetto di riformismo, presenta più di qualche difficoltà nel definirsi riformista?
Perché siamo immersi in un equivoco. Si confonde il riformismo con il compromesso a tutti i costi e si sostituisce la cultura politica con l’identità escludente, la radicalità con una presunta purezza ideologica. Il Paese e l’Europa hanno bisogno di cambiamenti radicali. Ma è solo la pratica riformista che può garantirli. Il riformismo non è un programma confezionato di governo ma la fatica quotidiana di produrre cambiamenti ostacolati dalla conservazione e dalle rendite di posizione. Diversamente, si producono solo divisioni e irrilevanza.
Qual è il suo giudizio sul Governo Meloni?
È vittima di sé stesso, di questa folle corsa all’egemonia che favorisce la percezione di un conflitto continuo, dagli ospiti di Sanremo all’ordine pubblico, ma determina nei fatti solo immobilismo sulle condizioni concrete degli italiani. Non mi sfugge che gode di un consenso profondo, magari meno diffuso di quanto si possa immaginare, ma comunque radicato e che l’alternativa di centrosinistra fin qui immaginata fatica a scalfire. Ma se riusciamo a far tornare il dibattito pubblico a quote più normali, ad offrire soluzioni concrete e credibili, a credere, oggi più di ieri, che ognuna di queste soluzioni può essere efficace solo nel contesto europeo, possiamo farcela. Possiamo battere questa destra.
Sull’Ilva di Taranto e’ in atto, da diversi anni ormai, una stucchevole e strumentale diatriba sui diritti egualmente inalienabili. Si contrappone, forse, ciò che la politica non riesce a coniugare nel rispetto della dignità umana?
La discussione che noi tutti dovremmo svolgere è un’altra, molto più concreta. È possibile produrre con saldi principi di sostenibilità sociale, ecologica e finanziaria? Il progresso scientifico e tecnologico ci dice di sì. Che, questa prassi, è la frontiera della rivoluzione in atto che altri Paesi stanno perseguendo senza sosta. Così si salvaguarda, non in qualche manuale ma concretamente, la dignità umana e il futuro di Taranto. La deindustrializzazione all’italiana ha buttato via parzialmente il vecchio ma non ha fatto nascere il nuovo, al netto di eccezionali esperienze che non siamo in grado di mettere a sistema. Siamo in mezzo al guado, per tornare a livelli accettabili di produzione industriale dobbiamo superare questa contraddizione infinita.
La destra agita le paure implicite nella modernità come proprio collante ideologico. La sinistra invece, orfana di una propria originalità di pensiero dopo la caduta del Muro di Berlino, si rifugia in quella che Luca Ricolfi chiama la dittatura del politicamente corretto. Troppo poco se si vuole tornare ad essere forza di governo, non crede?
Destra e sinistra sono attraversate da un ritorno alle identità dovuto al rifiuto. Di fronte ai grandi cambiamenti della storia dell’umanità hanno preferito chiudersi nelle proprie casematte piuttosto che interpretare e risolvere nuovi bisogni e nuove opportunità. È più comodo ed è più semplice. Temo però che se la scelta resta tra due fortini, quello della destra continuerà a sembrare più sicuro. Dobbiamo immergerci nella modernità, con tutte le sue contraddizioni, e provare a rimettere questo tempo nella direzione delle libertà e dei diritti.


