Sono servite oltre 48 ore perché il sindaco si esprimesse su un fatto di gravità inaudita che ha colpito la città, un ritardo che solleva interrogativi sul funzionamento della macchina della comunicazione istituzionale e sul lavoro dello staff che lo coadiuva nella gestione dell’informazione pubblica
Esiste una responsabilità della parola in capo a chi amministra quando sangue innocente è stato versato. Nei momenti di smarrimento morale si guarda alle istituzioni per ritrovare senso. Se a forze dell’ordine e Magistratura spetta il compito di ri-perimetrare legalità e assicurare verità giudiziaria, alla politica invece si impone il dovere di ricompattare le fila e restituire un segnale, un indirizzo e se si è bravi anche speranza.
Ecco perché lascia un po’ straniti che sull’omicidio di Bakari Sako dal sindaco di Taranto non sia giunta neanche una parola. Solo a 48 ore di distanza è arrivata una dichiarazione (attesa troppo a lungo).
Ciò che sembra emergere è una gestione della comunicazione tardiva, ma anche profondamente deficitaria, figlia di una “newsroom” comunale che pare operare in una bolla autoreferenziale, del tutto scollata dalla realtà. Chi abita le stanze di Palazzo di Città sembra smarrire le priorità: si trova il tempo per la celebrazione rassicurante della Festa della Mamma, (contenuto da “vetrina” zuccherino), ma si manca clamorosamente l’appuntamento quando il tema si fa tragico, scomodo, urgente, giungendo dopo, molto dopo.
Questa dilazione rivela un preoccupante limite nell’apparato che cura l’immagine del sindaco. La comunicazione istituzionale che si atrofizza a produzione seriale di contenuti più o meno “patinati” o si presta al racconto di una città che esiste solo nelle brochure o nei video “self promoting”, quando dovrebbe in realtà saper “abitare la crisi”. Differire un fatto di sangue che ha occupato le aperture dei TG nazionali è un errore tecnico grossolano. Significa lasciare che la città si senta orfana di una guida morale proprio nel momento del massimo sconcerto collettivo. E’ una certa comunicazione che accompagna, ma non segna e si abbandona ad una narrazione allergica alla complessità.
Non si tratta peraltro di una criticità isolata. Già in altre occasioni più recenti questa impostazione aveva mostrato la propria debolezza. Due casi esemplificativi in occasione dell’Uno Maggio Taranto, quando l’intervento del sindaco sulla vicenda del professor Montanari aveva evidenziato ancora una volta una gestione sbilanciata tra tempi e contenuti, con una comunicazione poco opportuna e decontestualizzata.
E ancora prima nella gestione del rapporto tra Comune e giustizia amministrativa sul tema ex Ilva e della centrale elettrica, quando a seguito della sospensiva del TAR sull’ordinanza sindacale, non si è registrata una successiva presa di posizione pubblica capace di inquadrare politicamente la decisione, lasciando anche in questo caso un vuoto di lettura istituzionale. Ne emerge un quadro ricorrente: forma e sostanza, tempi e modi, con una difficoltà evidente nel dare continuità e profondità al messaggio pubblico.
Sulla morte irrazionale del lavoratore maliano bisognava denunciare subito e farlo bene, ma su questo come su altro si resta delusi. Il sindaco resta l’uomo del giorno dopo, mai prima, quasi mai meglio.


