Intervista al professore Ignazio Lagrotta, titolare della cattedra di Diritto Costituzionale all’Università di Bari. “Le istituzioni non appartengono a nessuna maggioranza. Fa bene il presidente Mattarella a ricordarcelo…”
Professore Lagrotta, ottant’anni fa, il novanta per cento degli italiani si mise in fila davanti ai seggi dopo una guerra devastante. Oggi, invece, l’astensionismo riguarda quasi la metà del corpo elettorale. Cosa abbiamo perso per strada? E di chi è la responsabilità: dei cittadini che si sono disamorati o di una politica che ha smesso di parlare loro?
“Le responsabilità sono reciproche, ma non equivalenti. Nel 1946 il voto era una conquista appena strappata: chi si metteva in fila sapeva di esercitare un diritto che fino al giorno prima non aveva. Oggi quel diritto è dato per scontato, e ciò che si dà per scontato si perde. La politica, però, ha le sue colpe: ha trasformato il dibattito pubblico in marketing emozionale, ha rinunciato a spiegare la complessità, ha confuso la rappresentanza con la rappresentazione. Quando il cittadino non si riconosce più in nessuno, non smette di avere opinioni: smette di affidarle al voto. L’astensione non è apatia, è spesso un giudizio”.
La Costituzione, diceva Calamandrei, è nata “presbite” perché doveva vedere meglio da lontano. A ottant’anni di distanza, davanti a sfide che i costituenti non potevano immaginare, la nostra Carta vede ancora abbastanza lontano, o cominciamo ad avere bisogno di nuove lenti?
“La Carta vede ancora benissimo, ed è semmai il problema di chi la legge. I principi fondamentali — dignità della persona, eguaglianza sostanziale, lavoro come fondamento della Repubblica — sono strumenti formidabili anche di fronte agli algoritmi e all’emergenza climatica. Quello che manca non è una riscrittura, ma un’applicazione coraggiosa. L’articolo 3, se preso sul serio, basterebbe a regolare il rapporto tra cittadino e intelligenza artificiale: nessuno può essere discriminato da una macchina più di quanto possa esserlo da un uomo. Servono interpreti all’altezza, non testi nuovi. Forse ad essere in crisi è il costituzionalismo nella sua essenziale funzione di controllare il potere. Si sono moltiplicati i livelli decisionali, dentro e fuori gli Stati, e la responsabilità diventa inafferrabile. Il potere ha imparato a nascondersi: si cela negli algoritmi che decidono senza dirci chi li ha programmati, nelle catene globali che sfuggono al controllo dei Parlamenti, nelle emergenze permanenti che normalizzano l’eccezione. Oggi la sfida è riprendere quel potere, ricondurlo al diritto, renderlo funzionale ai diritti”.
L’articolo 5 della nostra Carta fondamentale parla di una Repubblica «una e indivisibile» che però «riconosce e promuove le autonomie locali». L’unità nazionale, richiamata in Costituzione, è ancora una realtà o sta diventando una finzione retorica?
“È una realtà fragile, sotto pressione. L’articolo 5 va letto in stretta simbiosi con gli articoli 2 e 3: l’autonomia ha senso solo se rafforza i diritti, non se li differenzia per codice postale. Quando il diritto alla salute, all’istruzione o al lavoro dipende dalla Regione in cui si nasce, l’unità diventa appunto retorica. Il rischio dell’autonomia differenziata, se mal disegnata, è proprio questo: trasformare la fraternità costituzionale in una concorrenza tra territori. La Repubblica è una e indivisibile non perché tutto debba essere uguale ovunque, ma perché i diritti fondamentali non possono avere confini interni”.
Lei ha fatto riferimento ad un potere che ha imparato a “nascondersi” — negli algoritmi, nelle catene globali, nelle emergenze permanenti. Quali strumenti ha oggi un cittadino comune per chiedere conto di decisioni prese da soggetti che non ha eletto?
“Pochi; e fragili. Il costituzionalismo classico è stato costruito per limitare il potere dello Stato, non quello di una piattaforma con sede a diecimila chilometri di distanza o di un algoritmo che nessuno ha mai votato. Servono nuovi strumenti: trasparenza obbligatoria degli algoritmi che incidono su diritti fondamentali, responsabilità giuridica chiara dei soggetti privati che svolgono funzioni di fatto pubbliche, una cittadinanza digitale che riconosca diritti azionabili. L’Unione Europea sta provando a muoversi in questa direzione, ma il ritardo è ancora enorme. Il cittadino, intanto, ha un’arma sottovalutata: l’informazione. Sapere come funziona il potere è il primo passo per limitarlo”.
Se dovesse indicare ai giovani che oggi compiono diciotto anni un solo articolo della Costituzione da leggere, da capire fino in fondo, da considerare la propria “bussola” di cittadinanza, quale sceglierebbe e perché?
“L’articolo 3, secondo comma. Quello in cui la Repubblica si impegna a ‘rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale’ che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. È l’articolo più rivoluzionario della Carta, perché ribalta la prospettiva: non si limita a dire che siamo uguali, ammette che non lo siamo e impegna lo Stato a fare qualcosa. È un programma politico, non una dichiarazione di principio. A un diciottenne direi: questo articolo è una promessa che la Repubblica ha fatto a te. Sta a te pretenderne il rispetto, ogni giorno, con il voto, con lo studio, con la partecipazione. La Costituzione non è un monumento da venerare: è uno strumento da usare. E ottant’anni dopo, ha ancora bisogno di cittadini che la prendano sul serio”.
Nella giornata di oggi, gli occhi di tutti saranno puntati sul Presidente della Repubblica: figura simbolo di questa festa e perno della nostra democrazia. In una fase cruciale, con il dibattito sulle riforme costituzionali e sul premierato che impera, qual è il messaggio più forte che la figura del Capo dello Stato può consegnare al Paese?
“Il messaggio più forte, paradossalmente, è rappresentato dalla sua presenza. In una stagione politica segnata da polarizzazioni accese e da un dibattito sulle riforme che tocca l’architrave stessa della nostra forma di governo, il Presidente Mattarella ricorda al Paese che esistono valori non negoziabili e istituzioni che non appartengono a nessuna maggioranza. E’ questo il senso profondo dell’articolo 87 della Costituzione, quando definisce il Capo dello Stato ‘rappresentante dell’unità nazionale’. Non una figura retorica; o folcloristica. Ma sostanziale. Quella concernente l’unità dei diritti, della cittadinanza, della legge uguale per tutti”.


