di Biagio Marzo
Si è spento, nella sua Torino, uno dei più illuminati economisti italiani. Più volte ministro con il PSI. A lui si deve l’introduzione dello scontrino fiscale
In questi decenni in cui il PSI di Bettino Craxi è scomparso dalla scena politica italiana, travolto dal crollo della Prima Repubblica, molti amici e compagni sono finiti nel cono d’ombra della diaspora socialista. Figure che avevano segnato una stagione di impegno civile e politico, improvvisamente scomparse dal dibattito pubblico, dimenticate dai media, come se la loro vita — non solo pubblica ma anche privata — non meritasse più interesse.
Fra queste personalità, ho spesso pensato al mio amico e compagno di partito Franco Reviglio, economista di grande valore, ministro delle Finanze e presidente dell’Eni. Con lui ho condiviso un periodo intenso della mia attività parlamentare, quando ricoprivo la carica di presidente della Commissione bicamerale per le Partecipazioni statali. Durante quegli anni nacque tra noi un’amicizia sincera e un rapporto di collaborazione fondato sulla stima reciproca.
Reviglio era un uomo di visione, capace di coniugare rigore accademico e concretezza politica. Condividevamo l’idea di un’Italia proiettata nel mondo, che doveva guardare ai mercati energetici internazionali non con sudditanza, ma con spirito d’iniziativa e intelligenza strategica. L’Eni, sotto la sua guida, era una realtà globalizzata e dinamica, impegnata a stringere nuove alleanze con Paesi ricchi di petrolio e gas, per garantire al nostro Paese sicurezza energetica e sviluppo industriale.
Con la Commissione Bicamerale viaggiammo insieme in lungo e in largo attraverso i continenti, incontrando capi di Stato e ministri, stabilendo relazioni economiche, industriali ed estrattive utili all’Italia, il cui fabbisogno energetico cresceva in modo vorticoso. Erano anni di espansione del Pil, di fiducia e di benessere diffuso: l’energia era la linfa vitale del “sistema Italia”. Confesso che quei viaggi furono per me anche un’esperienza di crescita culturale. Franco sapeva trasformare ogni tappa in una lezione di storia, geografia e civiltà.
Parlava dei luoghi che attraversavamo con una naturalezza dotta, senza mai far pesare il suo sapere. Ricordo un episodio in particolare: mentre navigavamo sul fiume Congo, mi raccontò la storia di quel corso d’acqua tra i più lunghi del pianeta, indicandone con precisione le sorgenti, la foce e le vicende umane che vi si erano intrecciate. Qualche giorno dopo il nostro rientro in Italia, ricevetti a casa un pacco: dentro c’era Congo, il libro di David Van Reybrouck. Fu un dono simbolico, uno dei tanti con cui Reviglio lasciava tracce della sua curiosità intellettuale e della sua generosità umana.
Era un uomo sobrio e severo, di quella eleganza naturale tipica dei sabaudi, capace di unire competenza e misura, rigore e umanità. Una lezione che ha lasciato in eredità non solo a me, ma a molti di coloro che hanno avuto il privilegio di lavorare con lui e di formarsi alla sua scuola: Giulio Tremonti, Domenico Siniscalco, Franco Bernabé, Alberto Meomartini, i cosiddetti “Reviglio boys”, che in seguito avrebbero ricoperto ruoli di primo piano nelle istituzioni, nelle banche e nelle grandi imprese.
Come ha ricordato l’amico Bruno Pellegrino: “Amici e compagni, abbiamo condiviso un tempo lungo, costruttivo e carico di idee e di speranze. Franco era elegante nello stile, fermo nel carattere, profondo nel sapere. Un riformista di prima grandezza.” E in effetti, nel Pantheon del riformismo italiano, Franco Reviglio occupa un posto di rilievo. È stato un protagonista autentico degli indimenticabili anni Ottanta: una stagione di sfide e di modernizzazione, in cui l’Italia seppe credere nel progresso e nella competenza. Con la sua scomparsa, non viene meno soltanto un pezzo della nostra storia politica, ma anche un modo di intendere la vita pubblica come servizio, studio e passione civile.


