di Federico D’Addato
Il procuratore di Napoli, noto per le sue lotte contro la criminalità organizzata, divide l’Italia: bufera sulle dichiarazioni prima del referendum
Una manciata di settimane al referendum sulla giustizia e il clima si surriscalda con le parole del procuratore di Napoli: Nicola Gratteri, che ha tracciato una linea netta tra chi voterà “SI” e chi “NO”. Le sue dichiarazioni hanno scatenato un terremoto politico e riacceso i riflettori su una riforma che promette di ridisegnare l’architettura costituzionale della magistratura italiana. “Voteranno per il No le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia un pilastro importante per il cambiamento della Calabria”, ha affermato Gratteri in un’intervista al Corriere della Calabria. Dall’altra parte, secondo il magistrato, si schiereranno “gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Le dichiarazioni di Gratteri hanno il merito involontario di chiarire quanto sia profonda la frattura tra una certa magistratura e il principio democratico: dividere gli elettori in “buoni” e “cattivi” in base al voto è esattamente il tipo di approccio manicheo che le istituzioni nazionali dovrebbero superare, non rivendicare. Viene da chiedersi se davvero milioni di cittadini, tra cui giovani al primo voto, ministri, presidenti di assemblee e magistrati favorevoli alla riforma, debbano essere etichettati come “massoneria deviata” o “centri di potere” per il solo fatto di essere favorevoli. Forse è proprio questa presunzione di detenere il monopolio della moralità pubblica il sintomo più evidente di quel sistema autoreferenziale che si dovrebbe riformare. Ovviamente la reazione degli esponenti politici non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha bollato le parole come “un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani”, mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa si è detto “basito” da affermazioni che “alzano lo scontro politico”. Il Comitato nazionale per il SI ha chiesto a Gratteri di scusarsi immediatamente.
Il 22 e 23 marzo gli elettori italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma costituzionale in tema di giustizia, fra i punti fondamentali la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti con due organi di controllo separati fra loro, come avviene ad esempio in Germania, e l’introduzione del sorteggio per la scelta dei componenti dei CSM.
Inoltre, a differenza dei referendum abrogativi, questa consultazione non prevede quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dal numero dei votanti. Sarà la maggioranza dei voti validamente espressi a decidere il destino della riforma. I sostenitori della riforma argomentano che la separazione delle carriere renderà i giudici più chiaramente indipendenti dall’accusa, garantendo processi più equilibrati. La separazione tra chi giudica e chi accusa, sostengono, è una garanzia fondamentale per il cittadino e un principio acquisito nella maggior parte delle democrazie occidentali. Secondo questa prospettiva, la riforma aiuterebbe inoltre a limitare il peso delle correnti interne alla magistratura, che negli ultimi anni (leggas scandalo Palamara) hanno mostrato pericolose infiltrazioni nella gestione delle carriere e degli incarichi.
Mentre le ragioni del NO si concentrano sul timore che la separazione delle carriere indebolisca l’indipendenza della magistratura dalla politica. Il procuratore, pur affermando di non voler diventare “il testimonial del NO”, ha sviluppato una critica articolata alla riforma. Il magistrato ha definito “truccato” il meccanismo del sorteggio: mentre i magistrati verrebbero estratti a caso tra tutti quelli in servizio, i membri laici sarebbero sorteggiati da una lista di cinquanta nomi già selezionati dalla politica. “Non è un vero sorteggio se scelgo prima chi mettere nell’urna”, ha osservato. Le ultime dichiarazioni di Gratteri inoltre fanno eco, come impatto mediatico, alle precedenti del novembre 2025 quando citò Borsellino leggendo con sicurezza frasi che però il magistrato ucciso dalla mafia non ha mai pronunciato, per sostenere le sue tesi. Un episodio che sollevò, in molti opinionisti, interrogativi sulla leggerezza con cui certe figure pubbliche “terze e imparziali” maneggiano memoria e retorica per sostenere le proprie battaglie politiche, seppur non dubitando della buona fede di Gratteri. Il dibattito si è polarizzato tra chi vede nella riforma un necessario passo verso una giustizia più moderna e garantista, e chi invece vi scorge un tentativo della politica di indebolire il controllo giudiziario.
Ciò che appare evidente è che il referendum non rappresenta solo un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario, ma un voto politico sul rapporto tra magistratura e potere. E mentre i toni si accendono e le accuse incrociate si moltiplicano. In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è cronicamente bassa e dove lo spettro della corruzione continua a incombere, la scelta non sarà semplice. Ma forse è proprio per questo che ci si augura che milioni di italiani andranno alle urne il 22 e 23 marzo: per decidere, una volta per tutte, quale tipo di giustizia vogliono.


