di Emanuela Perrone
A pochi chilometri da Taranto, tra la vegetazione incolta e l’ombra del siderurgico, sorge uno dei più grandi tesori dell’ingegneria idraulica romana. Un patrimonio storico dimenticato che chiede di essere salvato
A pochi chilometri dal centro di Taranto, lungo la strada che conduce a Statte, “sopravvive” uno dei più straordinari esempi di ingegneria idraulica di epoca romana: l’Acquedotto del Triglio. Un’opera monumentale, scavata nell’antichità direttamente nella roccia calcarea, che per secoli ha portato l’acqua delle sorgenti della Murgia di Crispiano, fino a Taranto, sfociando in quella che ancora oggi si chiama piazza Fontana.
Oggi, però, quel che resta di questo capolavoro millenario versa in uno stato di degrado sconfortante, a causa anche di un incessante industrializzazione che ha lasciato poco spazio alla memoria e alla bellezza.
Lungo il tratto Taranto-Statte, le arcate dell’acquedotto si affacciano sulle recinzioni dell’acciaieria. In alcuni punti, negli anni precedenti, le strutture sono crollate, in altri abbattute deliberatamente per fare spazio ad aziende, spazzando via una parte della nostra storia.
Un contrasto amaro che Taranto conosce bene e sopporta da troppo tempo: storia contro industria, cultura contro profitto, bellezza contro abbandono. Taranto possiede un patrimonio storico di inestimabile valore, ma troppo spesso lasciato in balia del tempo e dell’incuria.
L’Acquedotto del Triglio, se opportunamente restaurato, valorizzato e integrato in un circuito turistico-culturale, potrebbe rappresentare un autentico attrattore per studiosi, appassionati di archeologia e turisti in cerca di esperienze autentiche.
In vista delle prossime elezioni amministrative, l’appello ai nuovi candidati a sindaco è quello di investire nel patrimonio storico culturale della città per costruire un futuro in cui la bellezza, la cultura e la memoria diventino motori di uno sviluppo alternativo, più sostenibile e rispettoso della nostra identità.



