In un’ intervista rilasciata a CosmoPolis, l’addestratore racconta le ripercussioni personali e professionali della vicenda e ribadisce la propria estraneità ai fatti
Si arricchisce di un nuovo capitolo la vicenda giudiziaria legata alla morte di Bruno, il cane molecolare trovato senza vita nel luglio 2025 all’interno del centro di addestramento di Talsano. L’addestratore Arcangelo Caressa, ad oggi indagato per simulazione di reato nell’ambito dell’inchiesta sul decesso dell’animale, ha presentato una querela per diffamazione nei confronti della veterinaria intervenuta sul caso e di due ex collaboratori. Parallelamente ha inviato una formale diffida a Mediaset in relazione a un servizio andato in onda l’8 febbraio scorso nella trasmissione “Le Iene”.
Secondo quanto riportato nella denuncia depositata in Procura, Caressa, attualmente Dirigente nazionale Endas, capo del dipartimento sicurezza settore cinofili e Presidente provinciale, contesta alcune dichiarazioni pubbliche che, a suo dire, avrebbero contribuito a diffondere un’immagine di colpevolezza non ancora accertata. Nell’esposto si fa riferimento anche a contenuti televisivi e social che, sempre secondo l’addestratore, avrebbero alterato la ricostruzione dei fatti successivi al ritrovamento del cane. Nell’esposto si contesta in particolare la ricostruzione di quanto avvenuto nelle ore successive al ritrovamento del cane e il contenuto di dichiarazioni che, sempre secondo Caressa, non troverebbero riscontro negli atti e negli accertamenti tecnici eseguiti. Da qui la richiesta dalla Procura di verificare se tali affermazioni possano configurare una condotta diffamatoria e se abbiano contribuito a determinare un danno alla sua reputazione personale e professionale.
Sul piano investigativo, restano al centro gli accertamenti sulle cause della morte. In una precedente fase era stata avanzata l’ipotesi di un avvelenamento, ma dagli esiti autoptici – secondo quanto emerso negli atti – non sarebbero stati riscontrati elementi compatibili con la presenza di bocconi contenenti chiodi come causa del decesso. L’inchiesta prosegue per chiarire ogni aspetto, comprese le attività svolte dopo il ritrovamento dell’animale e le segnalazioni alle forze dell’ordine.
La diffida alla trasmissione televisiva
Nella diffida inviata all’emittente, Caressa sostiene che l’intervista registrata nei giorni precedenti alla messa in onda sarebbe stata trasmessa solo in parte e in modo non rispondente, a suo dire, al contenuto complessivo delle quattro ore di registrazione. L’addestratore afferma che gli era stata prospettata la possibilità di replicare alle accuse rivolte nei suoi confronti, spazio che ritiene non gli sia stato effettivamente garantito. Nella stessa comunicazione chiede che non vengano diffusi ulteriori contenuti riguardanti la sua persona, il cane o gli operatori presenti il giorno dei fatti, riservandosi azioni a tutela della propria immagine.
Nel corso di un’intervista rilasciata CosmoPolis, Arcangelo Caressa ha raccontato il momento personale e professionale che sta attraversando, parlando di un impatto che definisce “devastante”.
Come sta affrontando questa fase della vicenda, sia sul piano personale sia su quello professionale?
«Sia sul lato personale che su quello professionale sono completamente distrutto. Mia figlia ha visto cose che non riuscirà mai a dimenticare. Professionalmente non riesco più a interfacciarmi con nessuno».
Lei ha parlato di un danno personale e professionale legato alla diffusione mediatica della vicenda. In che modo ritiene che la narrazione pubblica abbia inciso sulla sua attività e sulla sua reputazione?
«Grazie a una narrazione mediatica che ritengo distorta, sono stato esposto pubblicamente come colpevole. Da trent’anni lotto contro ogni forma di illegalità e sentirmi accusato ha distrutto tutto quello che avevo costruito con dedizione e amore per la legalità. La mia attività è stata lesa in maniera definitiva. Mi sono dimesso anche da tutte le cariche ministeriali che ricoprivo».
Cosa si aspetta ora dall’iter giudiziario e quali elementi ritiene possano contribuire a fare piena chiarezza su quanto accaduto?
«Sono sicuro che non ci sarà alcun rinvio a giudizio. Saranno le testimonianze e le prove che ho fornito a fare chiarezza sulla mia estraneità ai fatti. Tutti gli operatori presenti il giorno della morte di Bruno hanno smentito in toto le dichiarazioni dei due soggetti che hanno messo ombre sulla mia persona».


