Paolillo: “Prima che entrasse in crisi l’Ilva, era già entrata in crisi Taranto.Per anni abbiamo perso lavoro, un’impresa alla volta. Taranto discuta apertamente il proprio futuro e il ruolo della siderurgia. Noi proponiamo bonifiche, lavoro e diversificazione”
“Si ripete che bisogna evitare una bomba sociale a Taranto. Migliaia di lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto vivono nell’incertezza: non possiamo ignorarlo. Ma va detta una verità: prima che entrasse in crisi l’Ilva, era già entrata in crisi Taranto. Tra il 1991 e il 2001 il capoluogo perse oltre 14 mila residenti. Nel 2007 lo stabilimento aveva oltre 13 mila dipendenti e una capacità di 10 milioni di tonnellate; nel 2011 produceva ancora oltre 8 milioni. Eppure, tra il 2008 e il 2010 la provincia perse quasi 13 mila occupati. Una fabbrica enorme conviveva con un territorio che perdeva popolazione e lavoro. Fuori dai cancelli chiudevano artigiani e piccole imprese e con loro perdevano il lavoro dipendenti e collaboratori. Crisi disperse e meno visibili. Anche quella era una bomba sociale. Solo che esplodeva lentamente: una saracinesca, una bottega, un’impresa alla volta. C’è stata un’ipocrisia collettiva: abbiamo chiamato emergenza ciò che esplodeva insieme e quasi normalità ciò che distruggeva lavoro un pezzo alla volta. Non erano e non sono lavoratori di serie B. Erano famiglie, redditi, competenze. Molti hanno cambiato mestiere, usato i risparmi, sono andati via, spesso senza le protezioni delle grandi crisi industriali. Basti ricordare l’autotrasporto legato allo stabilimento: un sistema di piccole imprese costruito in decenni di lavoro pagò scelte organizzative decise altrove e subite dal territorio. Poi il calo di traffici e commesse fece il resto: imprese ridimensionate o chiuse, posti di lavoro scomparsi. Il problema non è stato tutelare lavoratori e famiglie. È stato lasciare che il futuro economico di un intero territorio dipendesse così tanto dalla siderurgia. Proprio perché Taranto era già fragile quando la fabbrica era forte, risolvere la vertenza ex Ilva non significa risolvere la crisi della città. Dal 2012 sono trascorsi quattordici anni. Avevamo il tempo per prepararci. Non lo abbiamo fatto. Risorse e programmi non sono mancati, ma non abbiamo costruito un’economia diversificata capace di reggere il ridimensionamento siderurgico. Il Governo ha ribadito l’intenzione di produrre acciaio a Taranto con la prospettiva di forni elettrici alimentati a DRI. E allora Taranto deve discuterne: la siderurgia deve continuare ad avere un ruolo nel suo futuro? E, se sì, quale, di quali dimensioni e a quali condizioni?”. Così inizia la nota di Confartigianato a firma di Fabio Paolillo.
“Istituzioni, rappresentanze economiche e sindacali, università, professioni, associazioni e cittadini devono assumersi la responsabilità della propria risposta. Serve un confronto – fanno sapere – con tempi definiti, che faccia emergere convergenze e divergenze. Nessuno parli a nome di tutti, ma ciascuno dica cosa vuole.
“Anche noi diciamo la nostra. Prima vengono risanamento e bonifiche. Non daremo un sì o un no in bianco alla siderurgia: valuteremo progetto, dimensioni, tecnologie, impatti e occupazione. Se una nuova siderurgia dovrà esserci – aggiungono – dovrà partire dalla tutela della città: impianti il più possibile lontani dal centro abitato e scelte orientate a ridurre al minimo gli impatti. La fabbrica dovrà essere compatibile con la città, non la città con la fabbrica. Su un punto non torniamo indietro: il futuro economico di Taranto non dovrà più dipendere dalla fabbrica. Bisogna sapere quanto e quale acciaio produrre, con quale energia, dove collocare gli impianti, con quali impatti su salute e ambiente, quali produzioni a valle e quanti lavoratori serviranno. Qualunque sia l’esito della vicenda siderurgica, Taranto deve costruire nuovo lavoro adesso. Dalle bonifiche si può partire subito: trasformare il risanamento in cantieri, commesse e lavoro, coinvolgendo le imprese locali qualificate. I nuovi impianti richiederanno anni, ma migliaia di persone non possono aspettare. Chiediamo uno strumento che, senza ridurre le tutele, utilizzi risorse pubbliche per accompagnare il ritorno al lavoro, sostenendo formazione e inserimento nelle micro e piccole imprese che assumono. Contemporaneamente vanno costruite le altre gambe dell’economia. Porto, blue economy, turismo, artigianato, cantieristica e servizi non possono restare parole.
Ogni progetto indichi investimenti, attuatore, tempi e occupazione credibile. Altrimenti è un titolo da convegno. Non sostituiamo una dipendenza con un’altra: costruiamo un’economia con più gambe, nella quale la siderurgia, se resterà, sia una componente e non il destino di un intero territorio. Servono aree produttive, infrastrutture, strumenti urbanistici operativi e condizioni per investire. E un cronoprogramma pubblico della transizione: cosa parte, quando, chi ne risponde e quanto lavoro produce. Governo e Regione eserciteranno le loro competenze. Ma Taranto deve arrivare a quei tavoli dopo essersi confrontata, con posizioni, convergenze e divergenze chiare. Non può continuare a conoscere le decisioni sul proprio futuro quando vengono assunte altrove. E poi ci sono le responsabilità.
Trent’anni di programmazione insufficiente e diversificazione incompiuta non sono una calamità naturale. Sono anche decisioni prese e non prese. Politica, istituzioni, sistema economico e rappresentanze riconoscano la propria parte. Nessuno può chiamarsi fuori. Molti di coloro che oggi spiegano cosa fare erano già nei luoghi dove si poteva fare. Siamo seri. Nessuno perda il diritto di parlare e proporre. Ma nessuno si presenti come appena arrivato. Facciamo entrare nella discussione chi non ha partecipato alle scelte degli ultimi trent’anni: giovani, ricercatori, tecnici, imprenditori.
Discutiamo, anche a muso duro se necessario. Ma sui numeri, sulle conseguenze e sulle alternative. Poi andiamo a Roma e a Bari. Ma questa volta – concludono – non con il cappello in mano: andiamoci dopo esserci confrontati, con posizioni chiare e proposte sul tavolo. Non per aspettare di sapere cosa gli altri hanno deciso per noi. Per trent’anni ci siamo chiesti quale sarebbe stato il futuro della fabbrica. Adesso Taranto deve decidere quale sarà il proprio”.



