Il tandem Meloni-Urso si piega alle richieste delle lobby dell’acciaio per scaricare la patata bollente Ilva. La questione degli sconti sull’energia si lega al caso Morselli e solleva interrogativi su garanzie ambientali e costi per i cittadini. É da aspettarsi una tassa sulla decarbonizzazione?
La battaglia sulle sorti dello stabilimento siderurgico di Taranto si gioca sulla sua appetibilità economica e sulla possibilità di intravedere, nel breve e nel futuro, spiragli effettivi di profitto. Ed è l’analisi del profitto assieme a convergenze utili tra i portatori di interessi diretti in seno alla fabbrica, che alimentano le ragioni della politica.
Di base l’interrogativo: quanto costa tenere in vita l’ex Ilva e chi dovrebbe (o sarebbe disposto) a sostenerne il costo? La discussione non è nuova, ma è di sicuro attualissima. Mentre il governo cerca un accordo con Bruxelles sul sistema europeo delle emissioni, Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, verifica con l’Esecutivo le condizioni per un possibile intervento di imprese siderurgiche italiane. Due partite profondamente intrecciate. Il prezzo dell’energia resta una conditio sine qua non per attrarre nuovi investitori, considerando la possibile ridefinizione tecnologica della fabbrica.
A Taranto, però, la riduzione dei costi non può diventare il facile surrogato di un progetto per il futuro. Nella giornata di ieri, nelle comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha annunciato progressi nella trattativa con la Commissione europea. Il governo punta a neutralizzare l’effetto del costo delle emissioni sostenuto dalle centrali a gas sul prezzo all’ingrosso dell’elettricità. La tesi è che il ribasso del prezzo all’ingrosso superi l’aumento che deriverebbe dal trasferimento di quel costo sulle bollette, producendo così un risparmio per famiglie e imprese.
Secondo il governo si tratterebbe di un risultato possibile, ma non ancora un beneficio acquisito. Servirà verificare come funzionerà il sistema e quanto del risparmio previsto arriverà davvero agli utenti. Ma risulta chiaro che spostare un costo da una parte all’altra del sistema non implica cancellarlo, né sana la falla energetica che vede il Paese dipendente dal gas estero, fattore di incidenza importante sui costi energetici.
A ribadire la scarsa attrattività del progetto è stato Angelo Bonelli (Avs), che nel corso del dibattimento ha contestato la strategia energetica del governo. Rivolgendosi a Meloni, Bonelli ha dichiarato: “Io però le smonto pubblicamente le bugie che lei ha detto su questo punto, perché la CO₂, di cui lei ha parlato, pesa solo per il 3 per cento sul caro energia; il resto lo fa il gas, quel gas su cui lei ha costruito una totale dipendenza dell’Italia”.
“Dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi – sostiene il deputato – il governo continua a cercare a Bruxelles una risposta al caro energia senza affrontare fino in fondo le cause della vulnerabilità italiana“. Il confronto non è solo tecnico, ma risponde a logiche politico economiche speculative. Il governo infatti, presenta la trattativa europea come una risposta urgente alla competitività delle imprese.
Il sistema europeo ETS obbliga le imprese soggette alle sue regole, a disporre di quote di emissione corrispondenti alla CO₂ prodotta. Le quote si acquistano sul mercato e il loro prezzo varia nel tempo. Per le industrie ad alto consumo energetico, compresa la siderurgia, questo rappresenta un costo significativo. Non si tratta, però, di una tassa fissa che il governo italiano possa semplicemente abolire.
A ciò si aggiunge che alcune industrie, tra cui la siderurgia, ricevono una parte delle stesse gratuitamente per tutelarsi dalla concorrenza internazionale. Queste assegnazioni sono destinate a ridursi progressivamente.
Il caso di Taranto è emblematico. Nel 2022, il rapporto di sostenibilità di Acciaierie d’Italia riportava oltre 5,5 milioni di tonnellate di CO₂, mentre il registro europeo ne indicava circa 4,7 milioni. La differenza, superiore a 800 mila tonnellate, è al centro di un’inchiesta sulle presunte manipolazioni dei dati relativi alle emissioni. La dichiarazione di quantitativi inferiori avrebbe consentito di ottenere per il 2023 circa due milioni di quote in più, per un valore stimato di 164 milioni di euro. Tra gli indagati figurava l’allora amministratrice delegata Lucia Morselli.
Il nodo ETS non può prescindere dal ripensare al futuro dello stabilimento, in quanto il costo delle emissioni incide sulla competitività. Senza contare le possibili ricadute sulla collettività. Il tentativo del governo, avanzato nei mesi scorsi, di trasferire sulle bollette il costo delle quote di CO₂, già contestato dalla Commissione europea, dimostra la volontà dell’attuale Esecutivo di imporre tali oneri sulle famiglie, con la pretesa irrazionale di far pagare loro, il conto del sostegno alle industrie energivore. Infine, non passa inosservato che la stessa riduzione dei costi energetici invocata, è una delle pre condizioni poste dagli industriali per tornare a investire nell’ex Ilva.
Gozzi ha ricevuto da Federacciai il mandato a verificare con il governo se tali condizioni ricorrano per un impegno di una cordata di imprese italiane. Non si tratta ancora di un’offerta definitiva di acquisizione. Le dichiarazioni rese ad agosto chiarivano che l’interesse riguardava gli impianti a valle delle bramme, compresi i laminatoi, e non gli altoforni e le acciaierie a colata continua.
Dunque lo schema sembra ripetersi. Visto che la siderurgia consuma molta energia, chi è chiamato ad un eventuale acquisto dovrà misurarsi con una concorrenza internazionale agguerrita, necessitando di agevolazioni. Ridurre il caro energia, implica alleggerire gli oneri di emissioni e quei paletti che oggi l’Europa impone per scoraggiare lo sviluppo di certe tecnologie ad impatto elevato. La richiesta della premier punta ad esporre lo stabilimento ad appetiti voraci, senza appurare quale attività stia contribuendo a sostenere, con quali obblighi e con quale prospettiva di trasformazione.
Lo spauracchio della riduzione dei costi in bolletta per energivori appare in realtà un’operazione adattiva, intesa a facilitare i percorsi per una Ilva diversa nella tecnologia, ma con scarse se non nulle, garanzie su sostenibilità ambientale e riconversione reale dei meccanismi pregressi. Replicando così le medesime formule deleterie responsabili di aver eletto Taranto zona di sacrificio.
Per concludere, la decarbonizzazione sembra più una dichiarazione di intenti buonista in questi documenti condivisi dagli enti, ma in realtà sono costi finali economici e ambientali che saranno scaricati sulla collettività, dovuti all’inerzia di chi doveva già da tanti anni mettere in campo le iniziative per arrivare ad una soluzione condivisa con la popolazione, a favore invece delle lobbies dell’industria inquinante e ricattatoria.



