Dopo il confronto a Palazzo Chigi, Fim, Fiom e Uilm denunciano l’assenza di garanzie occupazionali e chiedono un progetto industriale per tutti gli stabilimenti del gruppo
Ventiquattro ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo ex Ilva. È la mobilitazione proclamata da Fim, Fiom e Uilm per lunedì 12 ottobre, dopo l’incontro tenutosi ieri a Palazzo Chigi sulla vertenza siderurgica. Al centro della protesta, l’assenza di un piano industriale in grado di garantire il futuro produttivo del gruppo e tutelare occupazione e reddito.
Secondo le organizzazioni sindacali, dal confronto con il Governo è emerso che la discussione resta concentrata sugli ammortizzatori sociali per i lavoratori di tutti gli stabilimenti, senza offrire una concreta prospettiva di rientro al lavoro. Una situazione che, denunciano i sindacati, non risponde alle richieste avanzate nel documento unitario del 31 luglio 2026, intitolato Piano straordinario nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva.
Nel documento, Fim, Fiom e Uilm chiedevano la conferma di un progetto industriale complessivo per Taranto e per tutti gli altri territori coinvolti, con la siderurgia al centro di una strategia nazionale. Un piano da affiancare a misure sociali straordinarie, tra cui prepensionamenti, incentivi all’esodo e strumenti di tutela per i lavoratori esposti ai rischi.
“Per noi è però fondamentale che ci sia un progetto industriale che preveda il passaggio tra il vecchio ciclo e quello decarbonizzato a cui bisogna puntare senza che la transizione passi come una mannaia sulle spalle dei lavoratori. – Si legge nella nota – Il piano di investimenti necessario per la decarbonizzazione dovrà prevedere fondi pubblici, e se possibile anche privati. È necessaria la garanzia della politica tutta e delle istituzioni dello Stato a tutti i livelli, a partire da un ruolo diretto dello Stato, prevedendo un adeguato stanziamento di risorse economiche, a partire dal disegno di Legge di Stabilità 2027, nella gestione e a garanzia di tutti gli aspetti realizzativi del piano industriale volto alla decarbonizzazione.”
La vertenza riguarda l’intero sistema produttivo del gruppo, che comprende non soltanto il sito di Taranto, ma anche gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Salerno e Marghera, oltre ai servizi e alla direzione con sede a Milano. Per le organizzazioni sindacali, la tenuta del gruppo dipende dall’integrazione tra il ciclo siderurgico tarantino e le attività di lavorazione e finitura distribuite negli altri siti.
Nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi, riferiscono Fim, Fiom e Uilm, non sarebbe stato affrontato un piano capace di tenere insieme tutela dell’occupazione, salvaguardia del reddito e risanamento ambientale. Nessuna risposta sarebbe inoltre arrivata sulla possibilità di acquistare semilavorati per consentire la ripartenza delle linee di finitura a freddo di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e degli altri siti produttivi.
Restano senza risposte, secondo i sindacati, anche le richieste relative agli strumenti straordinari per accompagnare la transizione: dai prepensionamenti agli incentivi all’esodo, fino ai percorsi di riqualificazione professionale finalizzati al reinserimento nel ciclo produttivo decarbonizzato.



