“Progressivamente”, senza tempi certi né garanzie sulle tecnologie da adottare, sui costi e sulle infrastrutture necessarie. L’intesa firmata in Regione Puglia invoca per l’Ilva la continuità produttiva, lasciando ambigue le questioni ambientali e industriali. Sindacati assieme a rappresentanti istituzionali, Decaro e Bitetti in primis, sottoscrivono il documento. Un atto che vede la firma del Movimento 5 Stelle, tramite Annagrazia Angolano. La consigliera prima firma e poi prende le distanze dall’impostazione dell’accordo. Il solito cortocircuito di comunicazione politica
In questi lunghi anni l’esperienza che ha visto coinvolti i protagonisti della vicenda Ilva, racconta di un processo poco incline al cambiamento. Le richieste legittime in materia di occupazione, sostegno al reddito, incentivi, bonifiche e tutela dei lavoratori meritano ascolto. Ma consegnare ancora all’indeterminatezza il futuro della città è un atto profondamente ingiusto. L’impostazione industriale che considera la produzione tout court come fondamento, rinvia di fatto a data da destinarsi, la verifica delle condizioni ambientali, tecnologiche ed economiche necessarie a garantirla; infatti la continuità produttiva sembra chiaramente l’unica via contemplabile in questo frangente. Una via che, in realtà, pone sotto scacco la città e le istituzioni, le quali, al di là delle rassicurazioni di principio, finiscono per esporsi (e per esporci) a scelte destinate a ipotecare il futuro.
Tutto questo emerge chiaramente dal documento, fortemente voluto, a mezzo del consueto pressing, dai sindacati che invocano il mantenimento dei posti di lavoro come conditio assolutistica, sottoscritto nella giornata di ieri in Regione Puglia.
Nell’atto congiunto si legge che la “decarbonizzazione è affidata a un percorso progressivo, con l’introduzione dell’idrogeno verde quando le condizioni tecnologiche lo consentiranno“. Una formula assorbente e omnicomprensiva, mentre sullo sfondo le modalità, ancora un dedalo e reale terreno di scontro. Ovvio chiedersi con quali impianti si produrrà nel frattempo? Quanto durerà la fase transitoria? Quali infrastrutture saranno necessarie e chi ne sosterrà i costi?
Si deduce con chiarezza dalla espressione “progressivamente”. Nel linguaggio degli accordi sembra una rassicurazione, ma nella sostanza indica altro. Implica subordinare ancora la salute a scelte politiche.
Il dato è indicato da un successivo step “fino a quando l’idrogeno verde non sarà disponibile“, nel frattempo bisognerà ricorrere a una soluzione transitoria. Non è chiaro quale tecnologia verrà utilizzata e per quanto tempo. Se si parla di preridotto, il gas naturale è una delle opzioni previste per alimentarne la produzione. Il gas, però, è un combustibile fossile e comporta emissioni di CO₂. Quindi l’approvvigionamento e le infrastrutture, cosi come eventuali conseguenze sul territorio restano volutamente un enigma.
Intanto però la firma vincola politicamente le istituzioni sul fabbisogno energetico nel nuovo assetto industriale. Nelle intenzioni pregresse, il gas potrebbe giungere attraverso le reti esistenti oppure richiedere altre infrastrutture. Il Comune di Taranto ha sostenuto in passato la possibilità di utilizzare la rete di trasporto già disponibile. Lo stesso Bitetti, peraltro, aveva espresso contrarietà all’ipotesi di una nave rigassificatrice. Con la firma dell’intesa, tuttavia, si espone al rischio che il governo imponga soluzioni a ulteriore carico ambientale, e dunque che subentri a gamba tesa con leggi speciali ad hoc, limitando il potere decisionale dei territori.
Una volta condiviso l’obiettivo della continuità produttiva e della decarbonizzazione progressiva, il Governo potrà richiamare quell’intesa per sostenere le proprie scelte sul piano industriale e sulle infrastrutture necessarie. Le istituzioni locali potrebbero ricevere solo compensazioni, ma si troveranno a discutere all’interno di un contesto sfavorevole che hanno contribuito a definire senza averne chiarito tutti i contenuti. La firma renderà dunque più difficile opporre una posizione alternativa se non si è stabilito prima quali soluzioni siano accettabili.
C’è poi la questione delle tecnologie. Quanti impianti DRI si vogliono costruire e quanti forni elettrici? Dove sorgeranno? Quale sarà la distanza dai quartieri abitati, ed in particolare dalle aree già a forte pressione ambientale, come il quartiere Tamburi? Quali infrastrutture portuali e sistemi di movimentazione dei minerali rimarranno in funzione?
Sulla eventuale localizzazione degli impianti le bocche sembrano cucite, aspetto trascurato con sistematicità disarmante. Va inoltre assunto che il ricorso a una tecnologia meno emissiva non è propedeutico alla decarbonizzazione, la cui realizzazione sarebbe di per sé già possibile attraverso il fermo dell’area a caldo comprensiva delle centrali termoelettriche. La riconversione tecnologica non cancella automaticamente gli effetti ambientali di un grande insediamento industriale collocato tra l’altro, a ridosso della città.
Esiste poi un dato non trascurabile. Se si scegliesse una produzione basata sui forni elettrici alimentati con rottame, occorrerebbe dimostrare perché sarebbe necessario produrre a Taranto anche il preridotto, anziché acquistarlo o utilizzare altrove la capacità siderurgica elettrica disponibile. In altre parti d’Italia i forni elettrici sono già una realtà consolidata e si porrebbe l’interrogativo della scarsità di materia prima, ormai quasi strategica. Lo stesso Decaro in una intervista del 2025 aveva ipotizzato l’utilizzo di acciaio secondario per il raggiungimento degli obiettivi di produzione decarbonizzata.
Ma anche la cattura e lo stoccaggio della CO₂, qualora previsti dal piano, richiederebbero impianti dedicati, sistemi di trasporto e infrastrutture per il conferimento del gas catturato. L’eventuale trasporto via nave e lo stoccaggio in giacimenti esauriti comporterebbero ulteriori esigenze logistiche e investimenti. Non basta quindi evocare queste tecnologie per considerare risolto il problema delle emissioni.
Il documento regionale non fornisce queste risposte. Nè su fabbisogno energetico, nè su tecnologie e soprattutto non stabilisce un calendario vincolante per il fantomatico passaggio all’idrogeno verde. Eppure nessuno tra i rappresentanti istituzionali, dal presidente della Regione Decaro, al sindaco di Taranto Bitetti e ai consiglieri regionali presenti, hanno esitato ad apporre la propria firma. Nemmeno quelli che all’interno dell’assise cittadina in passato agitavano lo spettro dell’ambientalismo per catalizzare voto e consensi per successivi salti.
La consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Annagrazia Angolano è stata tra le firmatarie. In seconda battuta in un comunicato, ha affermato che lo stesso documento “contiene una impostazione sulla prospettiva industriale dell’ex Ilva che non coincide con la linea dello stesso movimento”. Una presa di distanza arrivata a firma già apposta, quando l’adesione all’intesa aveva già impegnato politicamente anche il Movimento 5 Stelle, al di là delle successive precisazioni. Evidenziando il solito cortocircuito a cui ci hanno abituato in questi anni di comunicazione politica e il medesimo cerchiobottismo che mette tutti d’accordo. O per lo meno che li vede in modalità di autotutela, ma con un occhio green.
Saranno a questo punto decisivi gli aiuti di Stato per coprire i costi delle quote ETS nelle fasi di definizione di una vendita, condizione essenziale per l’acquisizione da parte della cordata italiana? Perchè altrimenti i costi della siderurgia decarbonizzata toccheranno il portafoglio degli italiani, spalmati verosimilmente nelle bollette.



