La vicenda Sako riaccende il tema di un Sud percepito ancora come margine geografico e politico del Paese, mentre i leader nazionali continuano a disertare l’appuntamento con Taranto. Perchè le tragedie sembrano obbedire a una geografia delle priorità
Forse esiste davvero una geografia del dolore la quale stabilisce quali tragedie meritino presenza. Il brutale linciaggio di Bakari Sako ha visto la comunità tarantina scendere in piazza riaffermando un presidio civile contro razzismo, violenza, degrado sociale. Mentre la città rivendicava giustizia e dignità, serviva una presenza capace di trasformare quell’indignazione in un segnale politico che è mancato. A destra certo, (Piantedosi circumnaviga Taranto, non la abita), ma a disertare l’appuntamento sono anche i principali leader della sinistra nazionale. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli che come per l’adozione a distanza, hanno scelto la via dell’etere a costo zero, declinando quella vicinanza necessaria sul territorio.
La parzialità di questa scelta risulta ancor più evidente se confrontata con la tempestività degli spostamenti dei medesimi leader di fronte ad altri drammatici scenari. Nelle scorse ore, la segretaria del Partito Democratico si è recata personalmente a Modena, portando il sostegno della propria area politica alla comunità emiliana colpita dall’assurdo atto di violenza in centro storico. Una presenza istituzionale legittima e doverosa, che tuttavia accentua per contrasto il vuoto lasciato a Taranto.
La mancata trasferta dei vertici del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle in riva allo Ionio assume un peso specifico maggiore se si considera il legame storico di alcuni di essi con la città. Angelo Bonelli, in particolare, conosce profondamente il tessuto tarantino, essendovi stato candidato sindaco ed ex consigliere comunale. Proprio da chi ha vissuto le complessità di questo territorio ci si sarebbe attesi un segnale di rottura contro la percezione di isolamento che i cittadini avvertono da anni.
Taranto sconta da tempo il peso di una narrazione monocolore, schiacciata dall’ingombrante presenza della grande industria e da un’economia che ha troppo spesso subordinato la dignità sociale e ambientale ai bilanci produttivi. Considerarla una “terra di nessuno”, ignorando la portata simbolica e reale di un omicidio che non ci parla solo di un gesto, ma racconta di una cultura tossica sedimentatasi in un clima di generale impunità, (come ribadito dal gip Gabriele Antonaci nella sua ordinanza ndr), è l’ennesimo azzardo politico.
Quando i temi cardine della sinistra, inclusione, legalità, contrasto alle politiche di immigrazione, lotta al disagio giovanile, non trovano gambe per camminare (come direbbe Borsellino ndr), la politica abdica al suo ruolo e diventa retorica.
Restiamo ancora una volta al di fuori dell’agenda politica da destra a sinistra, quell’atollo che come recitava Cosimo Argentina non risiede in Puglia, ma solo a Taranto. Il tutto finisce per riproporre la solita questione meridionale irrisolta (con peggiori aggravi), dove una gerarchia implicita del dolore e delle urgenze elegge la nostra terra, terra di confine, restituendoci eterna periferia nazionale. In fondo siamo macelleria per l’elettorato, più utile a dinamiche di partito.
Nel momento in cui una città resta sola e isolata in frangenti tali da interrogare profondamente la coscienza collettiva, il rischio è che passi l’idea di una adesione selettiva, intermittente, per l’appunto geografica. Un discrimine che sembra condannarci ad essere il luogo dove tutto accade senza che davvero importi fino in fondo a nessuno, dove inscrivere quel lagnoso pietismo affidato all’eloquenza di maniera.



